Il Principio Nuziale 2

Da psicoterapeuta rispondo a domande di ben-essere. Da cristiano mi occupo di altro? La salvezza che credo e annuncio in Cristo ha a che fare con le problematiche di vita dei pazienti che si rivolgono a me? La Rivelazione e quindi la spiritualità cristiana hanno una valenza psicoterapeutica? Oppure c’è un’antitesi tra un Al di qua e un Al di là, tra la ricerca di una Qualità della vita e la difesa di una Sacralità della vita (G. Fornari in bioetica) per cui o si cerca il regno quaggiù oppure si cerca quello lassù? Ma se così fosse come si può annunciare la bellezza di una vita eterna se prima non si assapora la bellezza della vita tout court? Come si può far intuire una Resurrezione a chi fosse depresso o disperato? Come una paternità, a chi non avesse avuto padre? O un amore materno o nuziale, a chi non l’avesse sperimentato? Come rispondo alla domanda di un adolescente che mi dice: “Per favore non mi dica che ci sarà una vita dopo la morte, l’unica mia consolazione è che questo schifo finisca qui”? L’amore per il paradiso e la vita eterna danno per scontato il desiderio di vita e la gioia dell’amore nuziale, così come l’amore per il prossimo dà per scontato l’amore a sé. Ma se salta l’umano, salta anche l’attesa di una redenzione. E oggi categorie come quelle di maschile e femminile, di paternità o nuzialità, di legame di carne e appartenenza, stanno saltando; la percezione stessa di una vita dotata di senso (cioè non dal caso e a caso, ma da una Intenzione e con una missione da realizzare) e di continuità (non nata e finita nell’attimo) sta saltando; la consapevolezza stessa di una realtà altra, al di là di me, sta saltando e infine la consapevolezza del desiderio di un’alterità e del desiderio di essere da essa desiderati (in un mondo virtuale auto-creato e gestito con un click il Costruttivismo non è più solo l’azzardo teorico di una élite: è la assurda normalità di una massa inconsapevole). Se Gesù incontrasse oggi la Samaritana forse alla domanda “va a chiamare tuo marito” si sentirebbe rispondere: “Non mi serve più avere marito, ora con un click posso costruire tutto ciò di cui ho bisogno”.

La pratica clinica e l’esperienza educativa, oltre alla vita quotidiana, ci mettono davanti l’urgenza non tanto di salvare l’uomo, ma prima di risvegliarlo al suo stesso desiderio di salvezza; ci segnalano la necessità, prima di proporre il Nome di Dio, di ri-chiamare per nome l’uomo stesso. Di ri-“chiamarlo” dal Principio. Prima dell’annuncio di un Compimento, va ridestata in lui l’attesa di un Desiderio, la consapevolezza di una Speranza e di una Promessa in cui è posto (promessa = messo per). Da una Intenzione che lo precede. E che desidera essere riconosciuta (con riconoscenza!) e desiderata. In modo nuziale.

Come esseri umani non siamo quelli che si pongono la domanda “perché esisto”, ma quelli che sono posti dentro la domanda, come se la risposta fosse dunque già nella domanda: esisto perché posso pormi la domanda sul perché, esisto perché posso riconoscermi posto da una Intenzione che ha voluto che io la riconoscessi, esisto perché posso rispettarla e accoglierla in me. Con riconoscenza. Esisto perché posso accogliere il mio essere con consapevolezza e volontà, lasciandomi accogliere da chi mi ha accolto dal principio. Esisto, in modo nuziale nella mia corporeità e nella mia psiche intersoggettiva, a immagine della Nuzialità Prima che mi sveglia alla consapevolezza di me come “io” nel rapporto con Lui come “Tu”.

Esisto perché sono venuto all’esistenza a partire dalla consapevolezza e dalla volontà buona di un altro (mia madre, mio padre…). E-sisto a partire da un altro. Che ha voluto me, come un bene. Che mi ha voluto bene. Che mi ha permesso di interiorizzare questa Intenzione buona e di cogliermi come “buono”, di “volermi bene e di essere consapevole di esserlo”.

Esisto perché (ontologicamente) una Benedizione Prima mi ha dato il Permesso di Esistere. Esisto perché sono amato. Da sempre in modo nuziale. Esisto dentro una relazione Nuziale con Colui che è la mia Origine, il mio Principio. E che posso accogliere o rifiutare.

Il principio narcisistico (peccato originale = mi faccio origine di me stesso) dice: “Io sono ok e lo dico io”. Il Principio Nuziale dice: “Io sono ok, perché un Altro Prima mi hai detto: Tu sei ok = è ok che tu sia”. Il principio narcisistico dice: “Poiché sono buono, io sono amabile (e magari anche devo amare, per continuare a sentirmi buono)”. Il Principio Nuziale dice: “Sono buono, perché sono stato amato. E non posso far a meno di donare gratuitamente quello che gratuitamente ho ricevuto”.

E questo è il Vangelo!

 

Per ripartire dal Principio

Non tutto ciò che diciamo è pensabile. Il nostro pensiero si regge su dei postulati. Questi principi sono tali che (e riconoscibili per questo) sia per affermarli, sia anche per negarli, vanno usati. Ad es. per negare il linguaggio o la libertà o l’io o l’intenzione o la coscienza o l’intersoggettività o la corporeità o la verità, devo usare un linguaggio, devo usare la mia libertà, il mio io, la mia coscienza, il mio corpo, devo rivolgermi ad altri e presumere di dire il vero.

Non è possibile retrocedere rispetto a questi postulati. In essi infatti siamo posti. Possiamo non riconoscerli e negarli, ma non possiamo “far sì che non siano mai stati”. Possiamo toglierci la vita, ma non retrocedere e “non essere mai nati” (e quindi non averla ricevuta da altri).

Questi principi non possono contenere meno verità/essere/bontà di ciò che ne consegue, proprio come i postulati contengono in sé i teoremi. Quindi non posso esser posto da un principio che sia inferiore a ciò che mi costituisce come uomo: la mia libertà, autoconsapevolezza, intersoggettività, intenzionalità eccetera. Il Principio primo da cui tutti i principi traggono origine non può che essere almeno Libero, almeno Responsabile, almeno Autocosciente, almeno Persona e almeno Intersoggettivo come me. Ma più di me. E prima di me.

Il mio fondamento mi pone. Non sono io l’Origine di me stesso (= peccato originale!). Il mio pensiero mi rende cosciente subito della mia creaturalità. Di essere posto da un Altro che è prima di me e più di me. Che mi com-prende, mentre io non posso retrocedere e com-prenderLo. Dio non si dà dunque come esito di una dimostrazione, perché i postulati non sono dimostrabili, sono invece ciò a partire da cui ogni dimostrazione è invece possibile: Dio si dà come condizione di possibilità del pensiero stesso. Come la Parola-Logos che rende possibile ogni parola-pensiero, facendoci partecipi di sé e svegliandoci quindi contemporaneamente alla consapevolezza della nostra intersoggettività e di quella con Lui in cui siamo posti (nuzialità intersoggettiva e Intersoggettiva).

Questo Principio, in sé intersoggettivo, mi ha posto in modo tale che io possa essere consapevole di essere posto. Questo Soggetto Primo ha dunque verso di me una Intenzione Nuziale: mi chiede di riconoscerlo e di esserne riconoscente, di ospitarlo in me e di tendervi verso, proprio come Lui mi ospita in sé e si tende verso di me.

Questa dinamica di “tendere verso”, di “ospitalità reciproca”, di conservazione della relazione e dell’unità insieme (i due uno), di una asimmetria (unilateralità) che ospita la simmetria (reciprocità e similitudine), di una comunione che resta aperta al terzo sia come origine che come fine… è impressa nei nostri corpi. Sessuati.

Per questo il nostro corpo reca l’immagine della Intenzione da cui siamo posti. Maschi e femmine, sessuati, per il riconoscimento del Principio Nuziale in cui siamo posti.

Direi che come un maschio si riconosce tale in relazione con la sua donna, così un uomo si riconosce tale in relazione con Dio! Uomo e Dio (almeno per me uomo) si danno insieme: è una relazione con Dio che mi costituisce uomo (vedi “anima” come neshamah hajji, relazione con la Voce di Dio: una relazione “sostanziale”).

 

Una Teologia del Corpo… dal basso.

Siamo fatti per la comunione maschio-femmina, che ci innesta in una comunione nuziale con ogni altro corpo (siamo tutti un “corpo solo”, nasciamo dentro una corporeità che ci accomuna) e questa comune carne è assunta da Cristo in una comunione nuziale con Lui che ci innesta nella comunione nuziale con Dio.

La verità sull’uomo è scritta nel “come è fatto”. Ora, la verità su chi siamo – e quindi su cosa ci renda felici – deve poter essere accessibile non soltanto in seguito (post hoc e propter hoc) alla Rivelazione. Sia perché non comprenderemmo la Rivelazione stessa, se in noi non ci fosse già una sua pre-comprensione, sia perché oggi non possiamo partire dalla Rivelazione per evangelizzare (verrebbe subito liquidata come opinione personale). “Nel corpo si rende visibile l’invisibile: lo spirituale, il divino” (Giovanni Paolo II). Questo riconoscimento può e deve avvenire prima e al di là della rivelazione cristiana. E’ un protovangelo scritto nella nostra natura umana. E’ naturalmente presente nella nostra spontaneità che ci accomuna come uomini. Il primo vangelo è proprio il nostro corpo. Il “come siamo fatti” in Cristo, fin dal Principio. Ed è leggibile con tutti i mezzi di accertamento della verità a nostra disposizione.

La Rivelazione è annuncio che prim’ancora che di Cristo, possiamo fidarci della nostra ragione e addirittura dei nostri sensi. Altrimenti come avremmo potuto credere a Lui se non l’avessimo visto e toccato con i nostri sensi e se non l’avessimo compreso con la nostra ragione e atteso con il nostro desiderio?

Credo che una Teologia del Corpo debba partire allora non solo dall’alto, cioè ad esempio dalle riflessioni di Giovanni Paolo II che presumono la Fede biblica ed evangelica, ma anche dal basso. Occorre pertanto una Teologia dal Basso. Che cioè si volga verso Dio a partire dal “come siamo fatti”, dal riconoscimento della nostra essenza di uomini, di corpi sessuati, di natura fisica e psichica.

Questa Teologia può essere felicemente definita come Teologia del Principio. E questo Principio è Nuziale.

Una Teologia del Principio non annulla la centralità dell’evento-Cristo, ma incoraggiata dal suo annuncio, torna indietro a considerare ciò che lo precede da sempre, al fondo dell’essere, preannunciandolo! (“Non ci ardeva forse il cuore nel petto, mentre ci spiegava la parola…?”)

Il Vangelo è il “buon giorno” che rivela ogni nostra speranza, attesa, promessa in cui siamo posti, mentre ce ne annuncia il compimento (= lo Shalom di Cristo Risorto che appare ai suoi dopo la Resurrezione). Proprio la promessa di un Compimento, ci annuncia ciò che da sempre ci ardeva nel petto…

Una Teologia del Principio coglie dunque una salvezza (sempre in Cristo!) già insita nel rispetto di come siamo fatti e una Psicologia del Principio ci fa verificare che il bene psichico viene dal fare il bene, nel rispetto di questa natura umana.

Una Teologia della Grazia Santificante ha bisogno prima di una Teologia della Grazia Naturale. Una teologia del Sacramento nuziale ha bisogno prima di una Teologia del Corpo, che riconosca la naturalità “sacramentale” del rapporto sessuale maschio-femmina. Una teologia della Salvezza ha bisogno prima di una Teologia del Desiderio, in cui siamo posti. Una teologia dell’Al di là ha bisogno prima di una teologia dell’Al di qua, rispetto al dove siamo (cioè dei principi che ci danno fondamento).

Davanti a una Cultura che ha dichiarato crollati i Fondamenti – e quindi morto Dio – occorre una evangelizzazione che per così dire preceda il Vangelo: occorre riportare la consapevolezza dei fondamenti in cui siamo posti. Occorre riscoprire Dio nella scienza, nell’arte, nella musica, nella poesia, nei sentimenti umani, nella morale, nella nostra sessualità, nel cibo che mangiamo, nella matematica… nella pasta con il pomodoro e nella pizza.

Occorre prima ridire “Buongiorno!” (F. Hadjadj) perché si desideri che venga Cristo a dirci: “sì, davvero per sempre non temere!”

Occorre rifondare l’Essere e la Gioia di essere, per desiderare di “essere di più” e “per sempre”.

 

Una Teologia Nuziale

Il principio nuziale va compreso sempre di più nella sua simbologia a partire dal come siamo fatti. In particolare non va ridotto a una generica “intersoggettività”, perché in noi è incarnato in una specifica relazione maschio-femmina.

Credo che non abbiamo ancora sufficientemente compreso il simbolo maschile e il simbolo femminile nella teologia cattolica e il modo in cui si rimandano l’un l’altro!

Ad es. il maschile custodisce più l’identità (che è per la relazione), il femminile più la relazione (che è per l’identità); il maschile è amare nel modo del dare/darsi, il femminile è amare nel modo del ricevere/accogliere/lasciar spazio; il maschile è forza per proteggere, il femminile è debolezza che si lascia aiutare; l’uno è più la superiorità per proteggere dall’esterno, l’altra è più la sottomissione (sub-iecto, soggettività! Che è essenzialmente intersoggettività!) per accogliere dall’interno, dare fondamento e finalità; l’uno conserva più il tratto della “genitorialità” (il padre che protegge e guida), l’altra più il tratto della “figliolanza”; quello maschile esalta la separazione che individua, quello femminile il legame che unisce (l’atto sessuale avviene nel corpo della donna: lei non è solo l’altro della coppia, è anche il luogo in cui avviene l’incontro); l’uno più l’AD, l’altra più l’IN della dinamica nuziale. L’uomo è andare, la donna è l’arrivare, la casa che si raggiunge e in cui si può stare “sentendosi al proprio posto”. Il maschio è opera, la donna è fede. Il maschio è “oggettività”, la donna è “soggettività” (l’uno custodisce l’umano come “oggettualità data da Dio e da custodire, operando”, l’altra custodisce l’umano come “soggettività, come sovranità, fine e principio di ogni azione”). Il maschio come esteriorità che pone fuori di sé, la donna come interiorità che accoglie dentro di sé. Il maschio è “fuori di sé”, la donna è “in sé”. Il maschio è indipendenza, la donna è dipendenza. L’uno è libertà che si autodetermina, l’altra è il legame che responsabilizza. Il maschio è principio/intraprendenza, la donna è il fine (il fine di un uomo è il sorriso della sua donna)! Il maschio ha/prende un corpo-oggetto, la donna è il suo corpo-soggetto. Ragione/sentimento. Esterno/interno. Forza/debolezza. Fare/essere. Dare/accogliere. Io-Tu (o anche Io-Noi). Portare fuori di sé, portare a sé. Eccetera… L’umano si dà nella complementarietà di questi aspetti e nel loro reciproco incontro/riconoscimento.

Il simbolo maschile rimanda al Padre nella relazione con Cristo. E su un altro livello logico rimanda a Cristo nella relazione con ogni uomo. E rimanda, dentro ogni uomo, alla relazione dello Spirito con la nostra Corporeità…

Nella spiritualità cattolica si è troppo sottolineata una dimensione asimmetrica, unilaterale e gratuita (cioè senza attesa di restituzione) della relazione d’amore. Il prototipo esperienziale è la relazione genitore-figlio. Ma come questa è solo l’inizio genealogico ma non logico dell’esperienza relazionale umana, così la somiglianza con Dio più profondamente e logicamente (Logos!) impressa nella nostra psiche è quella della relazione maschio-femmina: che è simmetrica, bilaterale, reciproca (pur non perdendo, dal punto di vista soggettivo i tratti della donazione libera di sé e della risposta gratuita al dono di sé dell’altro).

Quanto ha condizionato questo modello genitoriale della relazione Dio-uomo la teologia e la pastorale cattolica? E in che modo ha sottilmente deviato la prassi pastorale finendo per restituire un’immagine parziale, se non per certi versi distante o proprio “aliena” di Dio?

Se siamo essenzialmente figli nel rapporto con Dio, siamo fatti per allontanarci dai nostri genitori! Se siamo essenzialmente figli, il nostro desiderio erotico non è certamente rivolto verso i nostri genitori, al massimo ci facciamo ricorso “quando stiamo male”!

Ma se siamo sposi, allora siamo invitati a “metterci in piedi” davanti a Lui, a sentirci pienamente restituiti a noi stessi, in una pari dignità con lui, e a sentirci desiderati e nello stesso tempo a scoprirci noi stessi desiderosi di essere desiderati (come una sposa dal suo sposo).

Il rapporto nuziale con Dio libera il nostro desiderio, libera la nostra ragione, libera la nostra inventiva e creatività, libera la nostra capacità di agire e libera la nostra responsabilità (vedi parabola dei talenti)! Ci fa sentire non bambini ma adulti! E proprio come tra un marito e una moglie, corresponsabili nell’operare il bene. “(Signore) io conto su di te. Ma anche tu oggi conta su di me!”

 

Una Teologia del Principio Nuziale

La Teologia del Principio Nuziale (“In principio era il verbo”) si pone in tensione

  1. da una parte verso la Teologia della Rivelazione (“E il verbo si è fatto carne”). Come l’attesa verso ciò che è atteso. Come il Principio verso il suo Compimento. E viceversa. Il Vangelo è un annuncio, dato alla nostra ragione, perché possiamo riconoscere Colui che da sempre ci ha “guarito”, ed è un annuncio dato alla nostra volontà perché possiamo desiderare di più il bene e con più forza, perché la speranza è certa e il desiderio ha un Volto. Il Vangelo è la Rivelazione di Dio che incontra l’uomo, laddove prima l’uomo poteva solo intuirlo o immaginarlo o sperarlo… Se la Teologia del Principio Nuziale è parlare di Dio a partire dall’uomo, la Teologia della Rivelazione è parlare dell’uomo a partire da Dio.
  2. Dall’altra si pone in tensione verso la Teologia della Croce. La Passione/Morte/Resurrezione di Cristo è la grande contro-risposta di Dio alla risposta di Peccato dell’uomo al suo Progetto originario. Ma questa grande Deviazione, non toglie la bontà/verità di ciò che vi era Prima. E cosa vi era prima, prima del peccato? La creazione dell’uomo e della donna nella loro corporeità sessuata: la loro nuzialità impressa nei corpi e nella loro coscienza.
  • E’ interessante comprendere meglio in che senso allora l’uomo è già “salvato” (ha già felicità) in Cristo nella sua natura di uomo, e in che senso invece la Grazia che viene dalla sua Croce sia salvezza per l’uomo in quanto peccatore.
  • E’ interessante ad esempio definire il peccato originale con categorie concettuali comprensibili ai contemporanei. Il discorso salvezza-peccato non dev’essere chiuso in se stesso e autoreferenziale, come una cosa che si spiega con l’altra (il peccato spiega perché abbiamo bisogno di salvezza e la salvezza è togliere il peccato!): la sfida concettuale è quella di spiegare il peccato originale in termini di “Principio” deviato e con categorie razionali ed empiriche. Quindi con una comprensione che parta dalla nostra ragione e dalla nostra esperienza.
  • Anche la Grazia Santificante operante nei sacramenti va spiegata con categorie comprensibili anche fuori dal linguaggio tecnico-religioso (che rischia di essere sempre autoreferenziale). “Grazia” significa che è avvenuto qualcosa – l’evento Cristo – che si offre come riconoscimento alla nostra ragione e alla nostra esperienza (“Quello che era fin da principio lo abbiamo toccato, veduto con i nostri occhi… E’ Risorto, la nostra speranza è certa”)? Ed è questo riconoscimento che ci dà uno slancio ulteriore e ci permette di vincere la buona battaglia contro il male (es. la concupiscenza)? Oppure la Grazia è la trasmissione di un qualche potere soprannaturale? In questo caso come concettualizzarlo adeguatamente con categorie comprensibili ai contemporanei? Come distinguerlo da un intervento “magico”? Ed è possibile dimostrarlo in modo razionale o empirico? Se ad esempio è un potere esorcistico, perché non verificarlo con tutti i mezzi a nostra disposizione di accertamento della verità (in modo che non resti un’esperienza “chiusa” nella sfera di significato del “religioso” – e anzi di un certo tipo di religiosità – e quindi ancora solo per chi ci crede)?…

E’ interessante in generale riflettere su quale apporto una Teologia nuziale del Principio doni alla comprensione del mistero di Cristo.

  • Ad esempio la passione di Gesù va letta alla luce della Teologia nuziale del Principio (è il Cantico dei Cantici che illumina la passione). Così capiamo che il dono di sé non è mai senza un’attesa di risposta reciproca. Accogliere e lasciarsi accogliere sono un tutt’uno. Desiderare l’altro è anche desiderare di essere desiderato. Il dono di sé non è mai un perdere se stessi, ma è un ritrovarsi nell’altro e un invito per l’altro a fare lo stesso. Il top non è l’esperienza unilaterale e gratuita di donarsi in modo oblativo: il top è l’incontro di due oblatività che reciprocamente si beneficano (Non è bene che l’uomo sia solo!). E la croce è sempre anche un’esperienza di gioia. Il piacere connesso all’atto sessuale è allora il prototipo della gioia connessa all’amore come dono di sé (maschile) e come accoglienza (femminile) dell’altro: il peccato e quindi la sofferenza non annullano questa esperienza prototipica impressa nel nostro corpo fin dal Principio!
  • Altri esempi:
  • Il dono di sé va letto in chiave nuziale (perdendosi ci si ritrova!) per distinguerlo dal masochismo o dal farsi trattare male o dal consumarsi o dallo scomparire annullandosi in una simbiosi…
  • Il senso di colpa va compreso come relazione intrinsecamente nuziale (= non posso stare bene senza/contro di te/Te, che mi vivi dentro) e non come relazione estrinseca con una Legge.
  • L’obbedienza, idem, in chiave nuziale (l’uno che è profeta per l’altro), altrimenti sfocia in autoritarismo fondamentalista (obbedendo all’autorità in modo estrinseco e psicologicamente violento)…
  • Il primato della gioia sul sacrificio/sofferenza: il Roveto ardente, come esperienza “naturale” di Dio…
  • La croce come via di gioia. Come scelta libera di uscire dal proprio Egitto, dalle proprie sicurezze, dal proprio narcisismo (la “croce” non va confusa con l’esperienza che nella Bibbia è chiamata “morte”). Nell’incontro nuziale il maschio rinuncia al narcisismo dell’identità che si rifiuta di legarsi, consegnandosi, mentre la femmina rinuncia al narcisismo della relazione, che simbioticamente lega a sé, accettando di far esistere l’altro in quanto altro.
  • Il bene fa stare bene. Come nella nuzialità.
  • Non c’è antitesi tra dare o ricevere, ma solo tra aprirsi o chiudersi alla relazione. Come nella nuzialità.
  • Il bene è sempre et/et: sia per te che per me, che per gli altri. Non c’è antitesi tra egoismo e altruismo, come nella nuzialità!

 

Una Teologia della Natura

Una Teologia del Principio è una Teologia della Natura. Esalta la grazia che è impressa nella natura. E pone la natura al principio del disegno creatore di Dio. Restituisce dunque al soprannaturale non un ruolo di “soppianto” rispetto a ciò che è naturale, ma di conferma e di esaltazione!

Si guarisce con la medicina, si spostano le montagne con la tecnologia, si aiutano gli amici con il proprio denaro… Il soprannaturale è “segno” dell’Intenzione Benedicente di Dio, ma non dice: buttate via il resto, tanto il bello è da questa altra parte. No, il bello è proprio di qua! “E’ cosa buona”, anzi, rispetto alla natura umana, “è molto buona”! E’ la nostra natura umana che è fatta in Cristo e lo è fin dal Principio. Ed è questa natura che viene salvata, cioè portata a compimento. E non si porta a compimento qualcosa “snaturandola”! Si conserva invece l’essere (anche il bene che storicamente mettiamo in essere) nell’Essere. Per sempre.

Pertanto ha come temi di indagine e di ricerca del bene/vero: il sacro naturale, la preghiera naturale, la salvezza/salute naturale, la morale naturale… E tra tutte in modo privilegiato la naturalità del “sacramento nuziale” impresso nella nostra sessualità. Per la nostra psiche – ed è possibile dimostrarlo – ogni atto sessuale è già “sposarsi” (e qui ci fa eco S. Paolo quando dice che chi si unisce ad una prostituta forma con essa una sola carne). E questa dimensione nuziale ha i caratteri non ON/OFF, tutto o niente, ma di una continuità, di un crescendo di significazione: da un rapporto sessuale occasionale di due adolescenti, che ha poca verità/significazione, a un rapporto sessuale casto di due sposi la prima notte di nozze, che ha una più completa significazione (e che possiamo quindi riconoscere più completamente come Sacramento del Mistero Grande).

Il sacramento naturale è distinto dal Sacramento cattolico. La nostra sessualità è già grazia, è già immagine di Dio a tutti i livelli offerta al nostro riconoscimento. Poi la Rivelazione dice che questo “segno” è innanzitutto segno del rapporto che Cristo ha con la Chiesa. E noi come Chiesa riconosciamo nell’amore nuziale di due sposi il segno di Cristo, nel senso che qui vediamo realizzato ciò che Gesù desidera in principio e anche nel senso che questo rivela ciò che è “al principio”, al fondo dell’essere (noi siamo “sempre con lui”, cioè innestati in Cristo) e che si rivelerà alla fine dei tempi in pienezza.

Tra l’altro questo segno, questo Mistero Grande, non è propriamente quello tratteggiato in Efesini, dove è troppo asimmetrico il ruolo di Cristo verso la Chiesa, ma quello riconoscibile in Genesi e in Apocalisse (Principio e Compimento), dove cioè la Chiesa-Sposa è alla pari con Cristo, lo accoglie come da Lui è stato prima accolto. Quello di Efesini è un passaggio preparatorio alla nuzialità: è annuncio di ciò che Cristo ha compiuto con la sua Morte/Resurrezione per salvare la sua Sposa dal Peccato, amandola in modo unilaterale, per rendere possibile per Lei sposarlo.

Una nota su “Tobia e Sara”. E’ interessante che in questo libro venga considerata la possibilità che la concupiscenza possa essere vinta prima della Rivelazione di Cristo e della sua Croce. E in che modo? Facendo riferimento a Dio, cioè al Principio (in cui siamo posti sempre in Cristo). La stessa rivelazione biblica dunque annuncia una possibilità di salvezza per così dire intrinseca alla nuzialità stessa, nel momento in cui questa recupera la sua origine in Dio, anziché in se stessi (peccato originale = concupiscenza)…

 

Il nostro tempo ha urgente bisogno di una ri-evangelizzazione della Natura (umana). Mentre magari ci chiediamo (pur giustamente) in cosa consista il Sacramento e quali ne siano le condizioni che lo rendono efficace eccetera, la gente sta perdendo proprio la naturalità del rapporto sessuale “fatto per” la nuzialità. La gente sta rinunciando al legame, all’impegno nel tempo, al maschile e femminile, alla procreazione nel sesso, alla maternità biologica… Se perdiamo la sostanza del “sacramento naturale” dove potremmo riconoscervi l’immagine di Dio? Dove vedere il Principio sotteso al fondo e attenderne il Compimento?

Temo che tra non molto non avremo più il problema di definire il Sacramento Nuziale, perché non ci sarà più nessuno che lo cerchi, non dico il Sacramento, ma anche solo il legame nuziale… E quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà ancora fede (nuziale) sulla terra?

 

E’ interessante anche concettualizzare il rapporto tra natura umana e natura angelica. Abbiamo una interazione “protetta” rispetto alla natura angelica (demoni)? Se sì, quanto è verificabile sia razionalmente che empiricamente? Non dobbiamo aver nessun problema a cercare prove, a documentare, a cercare evidenze scientifiche (es. casi di premorte, esorcismi, effetti paranormali, stati mistici…). Quel che ci è dato da conoscere va conosciuto in piena luce! E deve poter essere testimoniato, confermato, difeso in piena evidenza con tutti gli strumenti disponibili. Anche nel metodo, una Teologia naturale è… naturale. Il cristianesimo non è una religione misterica, non è per iniziati, non è un segreto massonico che si tramanda, non è una esclusiva per pochi fondamentalisti. E’ la verità in cui tutti siamo posti. Fin dal Principio. E che è sempre presente al Principio/fondo del nostro essere.

Una Teologia del Principio fonda una Filosofia del Principio nuziale che riconosca i principi e il Principio in cui siamo posti (come dicevamo – in modo nuziale: cioè con una oggettività, che non violenta ma invita la nostra soggettività ad accoglierla, riconoscendosi già accolta e posta nella propria alterità). Legittima una indagine razionale, dunque, in ambito metafisico (ad es. come si può parlare di Dio a partire dalla nostra ragione ed esperienza?), in ambito etico (ad esempio con il principio della gradualità, del bene possibile per me, restando contemporaneamente aperto al Bene, del riconoscimento libero del vero/bene…), in ambito epistemologico (realismo e realismo conoscitivo, con una relazione nuziale tra soggetto-oggetto), in ambito antropologico (es. quale rapporto nuziale tra corpo e anima? Come concepire una consistenza del corpo nella sua interazione con lo spirito, invece che relegarlo a involucro e materia passiva? Qual è l’essenza del corpo?), eccetera.

Una Teologia del Principio (che diventa un tutt’uno con la Filosofia del Principio) fonda la scienza. Perché anche la scienza è riconoscimento di un Legame in cui siamo posti. Anche la scienza è “morale”: forse una delle cose più etiche che stiamo mettendo in atto come uomini (es. desiderando conoscere le cose come sono in se stesse, subordinando le nostre opinioni alle conferme della Realtà, non riconoscendo autorità cieche e dittatoriali, contribuendo tutti in uno sforzo cooperativo, non facendosi detentori di un saper ultimo come fossimo Dio, ecc.).

 

Il fondamentalismo oppone la fede cieca in una autorità alla ragione, all’evidenza dei fatti, ai dati della scienza… La fede cristiana è invece apertura al reale, è invito a cogliere il bene e la verità che dovunque naturalmente si mostrano e a farlo con tutti i mezzi che naturalmente ci vengono dati. Tra la parola di un amico e i miei occhi, vengono prima i miei occhi, tra ciò che non posso comprendere e ciò che posso comprendere viene prima ciò che posso comprendere con la mia ragione, tra un sapere non sperimentato di persona e uno sperimentato di persona quest’ultimo viene prima eccetera…

Sarebbe bello se ci fosse una Rivista di Scienze (come Focus), fatta da editorialisti cattolici, per significare che la scienza, tutta la scienza, è da Dio e porta a Dio! Non una rivista di consigli evangelici, ma una che evangelizzi mostrando la Natura e la nostra Ragione capace di conoscerla!

Oggi Dio è stato estromesso dalle aule universitarie e il suo nome è impronunciabile su ogni rivista di scienze. Il senso comune pensa che la Scienza sia contro Dio! Che da Dio bisogna tenersi lontani per essere liberi di indagare… e per darci salvezza. Ma confondono Dio con il Dio del Fondamentalismo!

 

La Teologia del Principio demistifica il grande inganno del nostro tempo, da cui prese origine la famigerata “crisi dei Fondamenti” che ha caratterizzato il Novecento: Caso o Intenzione?

Si è preteso di porre il Caso all’origine del Mondo. E si immaginato un meccanismo, quello della selezione naturale, capace di spiegare la Vita, senza presupporre nessuna Intenzione, nessun Principio. Ma tutto questo è semplicemente falso. Falso perché auto-contraddittorio, letteralmente impensabile! Occorre ripartire allora dalla nostra ragione, che dichiara folle questa pretesa. Dal nulla non viene nulla. Dal caso (assenza di legami) verrebbe solo caso (cioè nessun legame) e non ci sarebbe neanche nessuno a rendersi conto che esiste “a caso”!

E’ ovvio che così saltano le basi etiche dell’umano! Non ci sarebbe nessuna Teologia del Corpo, se tutto derivasse dall’evoluzione e se l’evoluzione fosse un meccanismo che provenisse da un Caso cieco e andasse a caso cieco, senza Intenzione e senza Fine. L’evoluzione naturale se concepita senza un Principio (e quindi senza una Intenzione) non offre alcuna prescrizione al nostro agire. L’essere (inteso così come caso) non prescrive il dover essere! Il fatto che l’evoluzione ci abbia consegnato ad esempio dei sentimenti morali, non implica che io debba esser compassionevole: posso tranquillamente sopravvivere da cinico! Il fatto che l’evoluzione comporti un vantaggio per la specie, non implica che lo comporti per me! Il fatto che finora sia stato opportuna una certa caratteristica evolutiva non implica che debba essere rispettata per il futuro… anzi! Se c’è l’evoluzione, dal caso e per caso, non c’è morale! Ma non c’è neanche libertà, non c’è desiderio di vita (da dove il “desiderio di sopravvivere”!!?), non c’è consapevolezza, non c’è l’uomo!

Urge una Teologia del Principio che fondi la morale ripartendo da Dio, cioè dall’intuizione implicita che ciò che conosciamo vada “rispettato” in sé, vada colto nella sua “essenza”, nella sua “natura-fusis”, cioè nell’intenzione per cui e da cui è fatto!

Lo psicologo evolutivo P. Bloom (“Il bambino di Cartesio”) ci insegna che conosciamo tutti per essenze e che le essenze per gli oggetti naturali corrispondono alle “intenzioni costruttive” che noi cogliamo: ma non è proprio la stessa cosa che facciamo quando conosciamo gli oggetti naturali?

Fodor e Palmarini (“Gli errori di Darwin”) hanno smascherato l’inganno di Darwin mostrando che tutto il suo ragionamento si fonda su una petizione di principio: usiamo l’intenzionalità per capire come può essersi evoluta la vita, ma poi pretendiamo di toglierla nella spiegazione (ricordarsi: i principi si riaffermano anche mentre li si negano!).

 

Per una Psicologia del Principio Nuziale

La Teologia nuziale del Principio fonda la morale naturale. E lo fa sia con argomentazioni razionali, sia con i dati della scienza e quindi con conferme empiriche (vedi Psicologia Positiva).

La coscienza morale appare in questa luce come coscienza dei “principi” in cui siamo posti (e che chiedono di essere rispettati come Buona Intenzione da Colui che li ha posti) e del Principio che li ha posti. La nostra coscienza morale è dunque sempre coscienza del sacro (di una alterità da rispettare: sia come “altri” stessi, sia come ciò che di “altro” è dato a me stesso e nel mondo, sia come l’alterità assoluta di Dio). E’ coscienza di noi stessi e del mondo “a partire da Dio” (vedi Gaudium et Spes 16), sia come intenzione espressa in ciò che è dato (e quindi la Legge Naturale) sia come Soggetto di questa intenzione.

La Teologia nuziale del Principio riconosce la nuzialità tra Dio e l’uomo, il reciproco desiderio di incontrarsi, in tutto ciò che è naturalmente buono: nell’arte, nella musica, nello sport, nella cucina, nel contatto fisico, nella contemplazione… Riconosce nell’incanto a cui siamo chiamati, il “canto” intimo della Lode verso Dio (sia pur implicita).

Come il nostro corpo sta bene se segue i principi della salute in cui è posto, così la nostra psiche sta bene se segue i principi morali in cui è posta. L’actus essendi ci è dato in una forma essendi: il permesso di esistere (la Benedizione che ci da vita) ci raggiunge nella misura in cui restiamo in questa forma. P. Bloomefield segue un ragionamento analogo nel suo “The virtues of happiness”: la morale è per la felicità (eudaimonia!) e la felicità è nel rispetto/riconoscimento della verità in cui siamo posti. Per lui è la nostra comune ”umanità”, ma dimentica che questa è vuota e inconsistente se poggiata solo sulla casualità dell’evoluzione: assume un valore di “responsabilità” solo se si suppone una Intenzione progettuale e quindi Dio. La morale implica sempre Dio.

La Psicologia dovrebbe essere da un lato la ricerca di conferme empiriche ai principi naturali, in modo da riconoscerli e definirli sempre meglio (es. anche nella morale sessuale), dall’altra l’ambito applicativo che individua strategie e metodi con cui metterli in atto in modo efficace per il proprio e altrui benessere. Ad esempio come gestire l’ira, come superare un trauma infantile, come rispondere a una violenza subita, come affrontare emozioni dissociate, come vivere bene insieme, come dirigere la propria mente per accogliere più gioia, eccetera. La Psicoterapia diventa l’ambito applicativo di una Psicologia empirica e razionale che trova nella Teologia del Principio Nuziale il proprio fondamento metafisico e antropologico.

Vanno incoraggiate ricerche sperimentali e tutti gli studi empirici possibili per riconoscere, definire e (di)mostrare il nesso tra benessere ed etica (cristiana) naturale. Se penso ad esempio al recente ambito di studi in Psicologia Positiva, credo che noi cattolici dovremmo esserne i primi promotori: noi abbiamo da sempre tra le mani la Psicologia della Felicità, il Vangelo, e Gesù stesso dice che non è venuto a cancellare nemmeno uno iota a ciò che già vi era scritto nel libro della Natura (ne è Lui il Principio: Gv 1,1!), ma a sanarne le deviazioni e a portarlo a compimento! Abbiamo un Vangelo della Gioia: è già subito anche una Psicologia della Felicità!

Come può del resto una Psicologia pretendere di “guarire” l’uomo se nemmeno si assume la responsabilità di definire ciò che in lui è normale? Ma come può stabilire ciò che è normale? Basandosi su metodi statistici? E se la maggioranza fosse malata? Basandosi sulla cultura e sul consenso del proprio tempo? E se fosse manipolato ideologicamente? E può aver senso una “normalità” che varia da cultura a cultura e da zona a zona secondo le mode e i capricci dei tempi? Tanto vale chiamare la guarigione “inquadramento culturale”! Oppure la definizione di normalità è affidata alla soggettività narcisistica del terapeuta o del paziente? E quindi è normale quello che decido io???

La Psicologia ha bisogno di un Fondamento naturale. Può essere perfettibile la definizione e il riconoscimento di questi principi naturali, ma non la pretesa/bisogno concettuale di dovervi far riferimento per ancorare l’umano a una “verità data”. Una Psicologia del Principio nuziale può legittimamente cercare un modello di normalità a partire dall’Intenzione con cui siamo fatti. E può legittimamente liberare la coscienza di ognuno da manipolazioni culturali o intersoggettive. Perché lo rimanda al suo Principio posto in lui, al fondo/fondamento della sua spontaneità. S. Agostino docet con il suo Maestro interiore

La psicologia moderna è ancella di una metafora della malattia mentale che non aiuta a cogliere la specificità del suo intervento. E’ una metafora molto fuorviante. Utile per non colpevolizzare, utile per allearsi insieme contro i propri “sabotaggi interiori”. Ma non utile se riduce lo psichico al cervello e quindi alla sua chimica. Non utile nemmeno se deresponsabilizza le persone!

Come per non cadere in una visione fondamentalista della fede (e quindi violenta o alienante), dobbiamo recuperare una Teologia del Principio, così per non cadere in una visione meccanicista o biologistica dell’uomo (e quindi violenta e alienante) dobbiamo cogliere la sua dimensione morare/spirituale nella Psicologia.

Allora “malattia” diventa sinonimo di “malattia spirituale”, di “deviazione/fallimento morale”, , di “non senso”, di “non rispetto delle leggi” del benessere psichico, di “abitudine viziosa”, o di “offesa morale” e “cattiveria subita”… Insomma appena la psicologia riprende il suo campo di indagine e di intervento – l’umano in quanto umano – non può non riconoscerlo morale e spirituale. E malato diventa sempre più sinonimo di qualcosa che è andato storto a livello morale e spirituale. Qualcosa che si è subito, o qualcosa in cui si è persi, fallendo il bersaglio del proprio benessere (eudaimonia = buona coscienza!).

Una Psicologia dei principi naturali può aiutare i non credenti in Cristo a far riferimento legittimamente a Dio come fondamento della Benedizione originaria che dona il permesso di esistere ed esige il rispetto della “forma” dell’esistere (morale naturale).

Questa Psicologia a maggior ragione può poi essere d’aiuto a pazienti che si riconoscano dentro la Fede cristiana. E in questo caso l’intervento psicoterapeutico può essere integrato con la spiritualità cristiana in modo diretto ed esplicito. Perché fare meditazioni in stile orientale, quando si può fare una Preghiera? Perché immaginarsi un Sorriso, quando si sa che lo si riceve davvero? Perché cercare chissà dove una benedizione (anche immaginata), quando vi si è immersi dentro realmente?

L’accompagnamento psicoterapeutico può essere concettualizzato non in antitesi all’accompagnamento spirituale, come se fossero due piani separati (ed estranei), ma come una fase iniziale – più “genitoriale” e “sapienziale” di crescita – propedeutica all’incontro nuziale con Cristo, nella cui mistagogia, si è accompagnati non più da un “padre” ma dall’”amico dello sposo”.

Ma la Psicologia ha ancora un’altra vocazione. Proprio perché il rapporto tra Dio e l’uomo è nuziale (o comunque vi tende come fine), allora la Grazia tende a rendere l’uomo adulto e partecipe della sua salvezza. Insomma l’incontro non avviene solo in modo unilaterale (come ricezione della grazia), ma sollecita anche la nostra collaborazione. Quindi il modo in cui mi dispongo psicologicamente all’incontro con Dio (nei sacramenti, nella preghiera, nell’ascolto della Parola…) non è affatto un aspetto secondario della Spiritualità Cristiana.

Vanno curate ad esempio la fisiologia, la postura, la respirazione, l’ambiente a contatto con i nostri sensi, la propriocezione, la tecnica di meditazione, l’uso dell’immaginazione, l’ascolto e la gestione degli stati d’animo e delle emozioni, oltre ovviamente alla comprensione razionale… Per non dire poi della comprensione di sé, del proprio dialogo interiore e dei propri schemi di autosabotaggio, dei modelli relazionali interiorizzati, ecc…

Nella tradizione cattolica le Tecniche di S. Ignazio di Loyola sono un esempio di quello a cui sto pensando. Ma in confronto con l’importanza data alle Tecniche nella religiosità orientale sono davvero poca cosa. Nella nostra tradizione cattolica non abbiamo molto valorizzato, in modo esplicito, la Tecnica o in generale la Psicologia dell’orante (e del praticante), sicuramente per sottolineare l’azione gratuita della Grazia di Dio e l’Alterità di Dio che non è una costruzione dell’uomo.

La Teologia del Principio nuziale non teme di perdere la Gratuità dell’incontro e neanche il primato che spetta a Dio, teme piuttosto di perdere… l’incontro.

Credo che quando Gesù abbia rimproverato i suoi vedendoli un po’ passivi rispetto ai figli di questo mondo, abbia inteso dire anche questo: “Alzati. Diventa uomo. Usa tutte le tue potenzialità per metterti di fronte alla vita, agli altri e a Dio stesso”. Tu conta su Dio. Ma Dio può contare anche su di te?

Come nella Summa di S. Tommaso c’è una parte rilevantissima dedicata alla Psicologia, anche rispetto alla gestione dei vizi, delle passioni, ecc… (cioè in sostanza anche rispetto alla nostra Psicoterapia), occorre che ci sia anche nella Teologia contemporanea un grande slancio verso la Psicologia, per acquisirne gli studi empirici e le concettualizzazioni scientifiche, per comprendere sempre meglio come aiutare l’uomo a realizzarsi come uomo, sia a livello concettuale-teorico, che pratico-applicativo (e quindi come aiutare a gestire l’ira, il senso di colpa, gli impulsi distruttivi, l’accidia o la depressione, come custodire la genitorialità materna e paterna, come esprimere l’affetto, come comunicare in modo efficace, come coltivare stati d’animo positivi, eccetera: cioè psicoterapia, psicopedagogia, formazione umana).

Insomma come la Teologia ha bisogno di ricomprendere in sé la Psicologia (divenuta nel frattempo scientifica), così la Psicologia ha bisogno di ricomprendere in sé il Principio Teologico, la sua apertura a Dio come fondamento dell’umano.

L’una rischia di perdere l’uomo puntando su Dio (fondamentalismo), l’altra di perdere l’uomo puntando sulla sua animalità (ecologismo) o sui suoi meccanismi chimici (tecnicismo).

 

Uomo e Dio si danno insieme (almeno per ciò che riguarda l’uomo!).
Figlio, Tu sei sempre con me e tutto quello che è mio è tuo”.
Siamo sempre nel Principio.
E ci stiamo in modo Nuziale!

 

Mimmo Armiento, psicologo psicoterapeuta
Associazione Ingannevole come l‘amore

 

Testi di riferimento

  • F. Hadjadj, “Come parlare di Dio oggi?”
  • R. Scruton, “Il volto di Dio”
  • C. Weist, “Teologia del corpo”
  • G. Mazzanti, “Persone nuziali”
  • M. Armiento, “Si può ancora dire Dio?”

 

Lascia un commento