Lascerai tuo padre e tua madre / 2

Dal libro di Mimmo e Cinzia Armiento:

PREFAZIONE
di Carlo Zaccaro

Pochi ciottoli in una fionda…

La prima impressione, leggendo questo scritto uscito prorompen­te come acqua di sorgente alpina dal cuore di Mimmo e Cinzia, è di una riflessa meraviglia che si dipana al ricordo di un episodio biblico, perché ne dà, in qualche misura, ragione. Intendo riferirmi al com­battimento fra Davide e Golia (1 Sam 17 e ss.). «Poi prese in mano il bastone, si scelse cinque ciottoli lisci dal torrente e li pose nel suo sacco da pastore che gli serviva da bisaccia; prese in mano la fionda e mosse verso il Filisteo… Tu vieni a me con la spada, con la lancia e con l’asta. Io vengo a te nel nome del Signore…».

Mi pare, infatti, di potervi trovare una qualche analogia. Mim­mo e Cinzia sono scesi in campo con la giovanile audacia di David, come lui sostanzialmente disarmati — anche se nella bilancia di Mim­mo, psicologo, qualche levigato ciottolo di professionalità con gran­de discrezione vi è stato riposto — e con la fionda della loro limpi­da fede hanno mirato direttamente alla fronte del gigante che con malcelata arroganza sta surrettiziamente sfaldando le resistenze mo­rali, spirituali e culturali della nostra gioventù. Il Golia contro cui si espone ed espone la propria vita il giovane David e contro cui combatte ora la giovane coppia è l’indifferentismo della nostra ge­nerazione.

Per convincersi dei danni che questo indifferentismo reca nell’ortoprassi della fede cattolica possiamo ricordare le parole di quel profeta dei nostri giorni che è stato Padre David Turoldo: «Quan­do un popolo è indifferente, allora il bene è uguale al male, il sacro al profano; e l’amore è unicamente piacere, un male il sacrifi­cio, un peso la libertà e la ricerca…» (cit. da G. Ravasi, “Il Sole, 24 ore», Domenica 27 ottobre 2002, p.18; tratto da “Il sapore del pa­ne”, San Paolo).

Se poi dovessimo cercare una (non la) ragione dell’ingiganti­mento dell’indifferentismo e del suo insinuarsi anche nelle virtù api­cali dell’uomo moderno, la potremmo trovare, come è già stato au­torevolmente notato, nel peso di una tradizione che anche all’inter­no dell’ecumenismo delle Chiese, distribuiva la grazia “a buon mer­cato”, una grazia, cioè, senza esigenza di obbedienza.

Scrive Bonhoffer: «L’amore veniva spesso sostituito dal diritto, la fede dal ritualismo, la Parola di Dio dalla filosofia. Ora si paga il prezzo di queste prostituzioni».

Sembra nelle parole del martire protestante Bonhoffer di sentire la eco del profeta Geremia (2, 13): «Oracolo del Signore. Perché il mio popolo ha commesso due iniquità: essi hanno abbandonato me/ sorgente d’acqua viva/ per scavarsi cisterne screpolate/ che non ten­gono acqua. Israele è forse uno schiavo o un servo in casa? Perché allora è diventato una preda?».

In questo volume di Mimmo e Cinzia c’è assai più che l’indica­zione di un orientamento sapienziale, c’è lo spirito di una comuni­cazione a tu per tu e di un’offerta di condivisione della propria espe­rienza di gioia, indivisibile dalla personale, responsabile, risposta al­la chiamata divina.

C’è un’affermazione sconsolata che apre uno squarcio di soffe­renza richiesta per un cammino ascensionale: «La Chiesa e il mon­do sono pieni di servi di Dio, ma quanto pochi sono i figli. Quanto sono rari quelli che vivono e si relazionano da figli e non da schia­vi», coloro, cioè, che hanno accolto l’esortazione di Paolo: «Fatevi, dunque, imitatori di Dio, quali figli carissimi e camminate nella ca­rità nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore» (Ef 5,1 e ss.).

Le tesi degli autori si sviluppano tutte consapevolmente o meno contro la presunzione cartesiana del “cogito ergo sum” vanamente contrastata dal mite Pascal (Pensieri, Laterza, n.438): «Se l’uomo non è fatto per Dio, perché non è felice che in Dio? Se l’uomo è fatto per Dio, perché è così contrario a Dio?»; fino ad approdare a quella che è la conclusione di Karl Barth: «Io sono amato, quindi sono», sostenuta dal respiro del salmista: «Il Signore fa sicuri i passi dell’uomo e segue con amore il suo cammino. Se l’uomo cade non rimane per terra perché il Signore lo tiene per mano» (Sal 36, 23-24). Scrivono i nostri amici: «Ricordi Gesù? Ogni volta che donava una guarigione, chiedeva di alzarsi in piedi… “La tua fede ti ha salvato” come per dire: riprendi la tua dignità, io non sono il tuo padrone, ma il tuo amico, recupera la tua dignità, tu mi hai detto sì, tu mi hai amato permettendomi di amarti. Liberamente, gratuitamente… Ho sempre creduto che il miracolo più autentico fosse questo — il rialzarsi della persona ferita, la consapevolezza di sé come persona di valore, il valore della sua libertà, del suo gratuito fidarsi, della sua scelta di incontrare l’Altro — e non il recupero della vista, la guarigione della lebbra, ecc… È il miracolo vero: perché per far sparire una lebbra basta Gesù, ma per incontrare un uomo oc­corre essere in due, per amarsi occorrono due libertà, due atti di amore che si incontrano! È il mistero di sempre, il progetto origi­nario prima/al di là del peccato originale: che i due siano uno. Il mistero della nuzialità umana, icona di Dio, uno e trino e dell’a­more di Cristo per ogni uomo!».

Ed eccoci al “cantus firmus” di tutto il lavoro appassionatamen­te cristologico: «Ecco il “principio”, l’arché dell’amore: Gesù Cristo, che ti ha amato, che ha dato la vita per te, che si è fatto trattare da servo per te, perché tu fossi libero di non essere più il servo di al­cuno, perché tu fossi degno di indossare la veste bianca del figlio, perché tu potessi vivere da “signore” ad immagine e somiglianza del tuo “Signore».

Si inserisce bene un pensiero di S. Giovanni Crisostomo, “In lo­de di Massimo”: «Come lo sposo lascia il padre per andare con la sposa, così il Cristo ha lasciato il trono del Padre e si è mosso ver­so la Sposa. Non ha chiamato noi su nei cieli, ma si è abbassato lui a noi. Quando sentì dire che e venuto sulla terra, non pensare che si tratti di un cambiamento di casa. Egli e con noi, ma resta sempre insieme al Padre». «E tu una volta compreso quale grande mistero sia l’unione degli sposi e quale sacra realtà esso simboleggi, non prendere decisioni sconsiderate, non fare le cose a caso e se ti devi sposare non sposarti per denaro».

Una considerazione ultima sull’utilità di leggere attentamente e più di una volta queste pagine, Cina vent’anni la ebbi la grazia di portare, sia pure per poche ore, Madre Teresa di Calcutta a Pia­nosa, l’isola carcere di massima sicurezza attrezzata dal Generale Dal­la Chiesa per ospitare i più pericolosi brigatisti, mafiosi, trafficanti di droga, Entrati in uno dei quattro stabilimenti, dopo una svista nella chiesa, e senza che i detenuti fossero stati avvisatí, quando le furono davanti, increduli e sconcertati, Si rivolse loro dicendo a fil di labbra: «Anche Gesù è stato in carcere per noi» e poi iniziando a distribuire medagliette di nichel – soggiunse: «Bisogna essere puri per vedere Dio». La risposta degli astanti mi porto agli occhi visione del miracolo del lupo di Gubbio, (L’episodio in maniera più circostanziata è riportato nel libro dia Mario Bertini: “Sulle stra­de di Madre ‘Teresa”).

Anche se il nostro tempo, per quello che abbiamo in precedenza detto, rende difficile ed aspiro il mantenersi puri, chi si impegna autenticamente a contemplare e a rispettare la bellezza verginale del progetto Dio, troverà in queste pagine un riferimento sicuro al “conteplata aliis tradere” e l’aiuto fraterno per concludere, come conclude un suo libro Léon Bloy, che l’unica tristezza legittima e quella di non essere santi.

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