“Ecco perché non mi definisco gay”. In Italia l’anti Martin

da lanuovabq.it

Arriva in Italia Daniel Mattson, autore del libro Perché non mi definisco gay – Come ho recuperato la mia identità sessuale e trovato la pace. La sua storia è un “pugno in faccia” alla tendenza omoeretica e un inno alla Chiesa, che lo ha abbracciato partendo da un dato naturale: «Siamo maschi e femmine. Per rispettare qualcuno dobbiamo riconoscere la sua identità. Tutto il resto sono un falso rispetto, una falsa delicatezza e una falsa compassione».

L’intervista di Raffaella Frullone

Domenica 06/05/2018

In occasione del suo arrivo in Italia per la presentazione del suo libro, pubblichiamo l’intervista del mensile Il Timone a Daniel Mattson (clicca qui per leggere il numero di Maggio). Mattson ha raccontato la sua storia nel libro Why I don’t call myself gay – How I reclaimed my sexual reality and found peace (Perché non mi definisco gay – Come ho recuperato la mia identità sessuale e trovato la pace). Nell’intervista parla dell’importanza dell’Apostolato diu preghiera Courage, un approccio al problema dell’omosessualità in ossequio alla dottrina della Chiesa e non incine alle forme di omoeresia che vedono nel gesuita James Martin il suo principale estensore. Daniel Mattson sarà in Italia a maggio per presentare il suo libro Perché non mi definisco gay – Come ho recuperato la mia identità sessuale e trovato la pace, tradotto in italiano da Cantagalli, con la prefazione del cardinale Robert Sarah. Queste le date principali: 23 e 25 maggio a Roma, 28 maggio Rocca di Papa, 29 maggio Napoli, 30 maggio Milano. Tutti i dettagli sul sito www.nonmidefiniscogay.blog. Altri link di riferimento: www.courageitalia.it e www.everlastinghills.org.
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«Ho scritto il libro che avrei voluto leggere quando avevo 19 anni. Stavo iniziando il college e con esso la mia vita indipendente. Provavo attrazione per gli uomini e mi facevo tante domande: sulla fede, su Dio, sul mio futuro, sulla mia identità. Non capivo il senso profondo della sessualità umana e mi stavo convincendo che avrei vissuto una miserevole vita di solitudine. Ho messo nero su bianco la mia vita nella speranza di aiutare le persone, soprattutto i giovani, che si trovano nella stessa situazione». Daniel Mattson è un musicista, suona il trombone nell’Orchestra di Gran Rapids, in Michigan, e a maggio sarà in Italia per presentare Why I don’t call myself gay – How I reclaimed my sexual reality and found peace (Perché non mi definisco gay – Come ho recuperato la mia identità sessuale e trovato la pace).
L’anti Martin
Il testo, uscito negli Usa per l’editrice Ignatius Press con la prefazione del cardinale Robert Sarah (tradotto in Italia da Cantagalli), ha fatto discutere perché è considerato il contraltare del libro del gesuita James Martin, Building a bridge: How the Catholic Church and the Lgbt community can enter into a relationship of respect, compassion and sensitivity (Costruire un ponte: come la Chiesa cattolica e la comunità Lgbt possono instaurare una relazione di rispetto, compassione e delicatezza). Se Martin infatti, consulente della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, sostiene la necessità di una pastorale che metta al centro l’acronimo Lgbt, ovvero l’utilizzo dei termini “gay”, “lesbica”, ecc., Mattson sostiene l’opposto. «La ragione più grande per cui rifiuto di definirmi gay è semplice: penso che non sia oggettivamente vero. Focalizzarsi sui sentimenti porta le persone lontano dalla loro realtà di figli di Dio nati maschi e femmine. Dobbiamo imparare a distinguere la nostra identità dalla nostra attrazione sessuale, dal nostro comportamento. Non è quello che “sentiamo” che deve regolare la nostra vita, altrimenti passeremmo col semaforo rosso solo perché, appunto, ce lo “sentiamo”. Esiste una oggettiva verità che ci protegge, fatta per il nostro bene. Altrimenti sarebbe il caos: ci sono uomini che si sentono donne, donne che si sentono gatti, persone che sentono che non avrebbero dovuto nascere con le gambe e si sono fatte operare per amputarsele: è normale questo? L’esempio è estremo, ma è reale». Mattson è arrivato a questa consapevolezza nonostante sappia bene cosa significhi vivere un’attrazione per persone del proprio sesso. Da ragazzino si sentiva attratto dai suoi compagni, con i quali si sentiva a disagio, sebbene desiderasse essere come loro. Eppure, spiega, «l’idea di essere gay non mi sfiorava minimamente, men che meno quella di avere un rapporto con un uomo».
Tutto è cambiato ad un campo Scout.
«Allora si trattava di giornaletti – spiega in questa intervista al Timone –. Ricordo come se fosse ieri l’avidità con cui abbiamo iniziato a consumare quelle pagine, così come ricordo quanto male mi sentissi il giorno dopo. Eppure da subito la pornografia ha inquinato la mia visione della sessualità, tutto era solo piacere, soddisfazione del desiderio, ricerca di un nuovo piacere. Dai giornali sono passato al web. Era la mia droga e fu grazie ad essa che tutti i comportamenti sessuali erano diventati per me ormai leciti».
Infatti poco dopo arriva l’incontro con l’uomo con cui hai il primo rapporto omoerotico, uno sconosciuto contattato online. Descrivi questa esperienza come disgustosa…
«Non potevo credere di aver aspettato 32 anni per una cosa tanto squallida, però quella è stata la molla che mi ha fatto capire che cercavo di più, un compagno di vita, una persona con cui condividere valori e quotidianità».
Così hai incontrato Jason con cui sei stato per circa un anno.
«Credo che la base delle relazioni gay sia il vuoto profondo che si percepisce e si cerca di colmare, a volte con il sesso. Tra uomini è molto potente e crea molta dipendenza. Al netto di questo, guardandomi indietro la mia relazione con Jason era in un certo senso ordinaria: nessuno di noi era un attivista del movimento gay e ci facevamo molta compagnia. Arrivo a dire che ero in qualche modo felice con lui. Certamente felice solamente per quanto sapevo si potesse essere felici, perché dentro di me quel senso di vuoto restava. Eppure avevo trovato un equilibrio e mi stavo preparando a fare coming out con la mia famiglia».
… quando all’improvviso è arrivato il colpo di fulmine con una donna.
«Non volevo innamorarmi di Kelly, ma è accaduto e la mia vita è stata nuovamente ribaltata. La mia storia con Jason è finita e ho iniziato a frequentare una donna che sembrava fatta per me tanto forte era l’intesa. Finalmente mi sentivo nel posto giusto, con la persona giusta e iniziavo a fare progetti per il futuro. Sono andato a comprare un anello per chiederle di sposarmi…».
Ed è arrivata un’altra doccia fredda…
«Già. Kelly mi ha detto che non voleva avere figli. Ho sentito il mondo crollarmi addosso, abbiamo preso un periodo di riflessione ma, sebbene io fossi ancora molto immaturo nella fede, ero certo di voler diventare padre. Oggi sono convinto che quello di lasciare Kelly, nonostante sia stato uno dei momenti più laceranti e devastanti della mia vita, sia stato anche uno dei passaggi fondamentali del mio percorso. Il Signore ha avuto bisogno di togliermi Kelly perché io mi innamorassi di Lui».
Qui inizia il tuo faticoso, ma affascinante ritorno alla Chiesa, in cui un ruolo fondamentale lo ha avuto l’apostolato di Courage, che si rivolge a persone attratte dallo stesso sesso.
«Courage è stato il modo in cui la Chiesa mi ha accompagnato. Una delle ragioni principali per cui sono tornato alla Chiesa è il suo abbraccio chiaro alla realtà oggettiva della natura sessuale, così come è rivelata nei nostri corpi. Dio ha dato un nome alla nostra sessualità nella Genesi: maschi e femmine, e questo è. Niente di più e niente di meno della bellezza di questi due sessi».
Eppure padre James Martin sostiene esattamente il contrario, ovvero che ci sia bisogno di una pastorale dedicata per il mondo cosiddetto Lgbt.
«Credo che Martin sia innanzitutto confuso su quello che dice il Catechismo della Chiesa cattolica. Faccio riferimento al paragrafo che lui sviluppa nel suo libro, il 2358, ovvero quello sulla necessità di avere rispetto, compassione e delicatezza. Siamo di fronte ad un insegnamento molto chiaro. Cosa significa rispetto? Per rispettare veramente qualcuno dobbiamo innanzitutto riconoscere la sua identità. È una questione di antropologia e per la Chiesa non c’è spazio per termini come “gay”, “lesbiche” o “transgender” che sono una riduzione della persona. Solo quello che è vero è autenticamente pastorale: e la verità è che noi siamo uomini e donne. Tutto il resto sono un falso rispetto, una falsa delicatezza e una falsa compassione».
Oggi la castità – su cui Courage lavora – è considerata una richiesta eccessiva, impossibile da realizzare tanto che la si propone ma sempre meno anche a chi si prepara al matrimonio. Ha fatto discutere un corso, organizzato e poi annullato dalla Diocesi di Torino, che proponeva alle coppie omosessuali di lavorare sulla fedeltà.
«Personalmente lo trovo offensivo. Io sono fatto per molto più che la fedeltà verso un uomo, sono chiamato a un’appartenenza totale al Signore che passa prima di tutto dalla verità di chi sono. Ripensando a Jason, oggi so che due uomini non sono fatti per stare insieme: se si vogliono veramente bene devono smettere di fare sesso, perché il vero amore per l’altro è l’amicizia nella fratellanza, non l’atto omoerotico. Questo dice la Chiesa e questa è la via per essere veramente felici. Sarebbe un insulto proporre qualcosa di meno della felicità piena “perché è troppo difficile”, non si diventa cristiani per avere una vita confortevole. Questo vale anche per le coppie di fidanzati, quand’anche già convivessero. La Chiesa deve dire: siccome ti amo ti propongo qualcosa di più. Certo che è faticoso, ma non ci è stato forse promesso il centuplo quaggiù?».

 

Per un’autentica conoscenza di sé, tra psicologia e spiritualità

Da notiziecristiane.com

21 Maggio 2018

di Pasquale Riccardi

L’attenzione alla dimensione dell’interiorità ha sempre spinto le scienze della  psiche a porre considerazione alla conoscenza dell’io, che se da un lato ci ha dato lumi sui processi cognitivi (pensiero), sulle dinamiche affettive (emozioni e sentimenti) e sulle azioni (comportamenti),  dall’altro si è prestata ad accrescere una sorta di narcisismo culturale comportando una sopravvalutazione dell’immagine di sé.  E’ chiaro che una cultura che sopravvaluti il potere dell’immagine, nel senso di apparire, svaluta l’interiorità dell’uomo e ne è l’emblema dell’esibizionismo nei tanti talk show, che per il potere dell’audience, spersonalizzano dinamiche relazionali, familiari, morale e pudore riscontrabile anche nei social net.

La nostra è un’epoca dove è forte il culto dell’apparenza, in essa prevale il ruolo sociale che svolgiamo invece che l’essere. Un bel corpo impeccabile, un linguaggio accattivante, una prestigiosa posizione sociale la fanno da padrone. Forse, possiamo dire, usando una metafora, che è l’era dove conta più l’involucro che il contenuto. L’involucro ci dà solo un’immagine del contenuto e quando è l’involucro ad attirare l’attenzione, il contenuto, ossia l’essenza, passa in secondo piano (P. Riccardi dal libro “Ogni vita è una vocazione per un ritrovato benessere, p. 54 capitolo Essere è meglio che apparire ed cittadella 2014).

È così che il potere dell’apparire diventa il proprio biglietto da visita dove l’immagine si confonde con la parte più autentica e profonda della propria personalità, ma sappiamo come finisce Narciso il quale, condannato a non conoscere mai se stesso, si perde nella propria immagine riflessa sull’acqua (R. Graves, I Miti, 1992). Più potere assume l’immagine che presentiamo di noi agli altri, più si accresce una sorta di ipertrofia dell’Io, pertanto risulta valido un nuovo approccio alla conoscenza di sé che contempli oltre alla conoscenza dell’Io anche la ricerca della spiritualità. Questo significa che ogni movimento verso la conoscenza di sé deve essere accompagnato anche da una ricerca spirituale. Lo sa bene il “cristiano” (in riferimento a chi segue Gesù Cristo) dove la conoscenza del Signore si accompagna sempre alla conoscenza di sé, in virtù dell’antropologia cristiana, che parte dall’assunto che “siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio”  (Genesi 1, 26-27). Dalla più remota antichità ad oggi il bisogno di conoscere chi siamo veramente ha affascinato uomini di grande saggezza e ricchezza interiore: “Realizza te stesso” (Pitagora); “Sei la misura di tutte le cose” (Protagora); “Diventa ciò che tu sei” (Nietzsche); “Conosci te stesso” (Socrate); “Nessuno può conoscere Dio se non ha prima conosciuto se stesso” (Filocalia); “Uomo conosci te stesso, poiché il più grande dei tesori è seppellito dentro di te” (Blavatsky).

Per conoscere se stessi è necessario un percorso che contempli il guardarsi dentro, scoprire il proprio Io, ricercare gli elementi salienti del proprio passato, proprio delle scienze mediche e psicologiche e, il guardare oltre a Dio, alla spiritualità (P. Riccardi, Psicoterapia del cuore e beatitudini, ed. Cittadella 2018). Questo significa che per un’autentica e profonda conoscenza della propria interiorità l’uomo non deve essere schiavo della sua stessa immagine. Tante volte confondiamo l’apparire con ciò che realmente siamo. Molte delle insoddisfazioni esistenziali derivano da questa confusione per cui spesso accade che l’unico rapporto che abbiamo è con la nostra immagine, la nostra posizione sociale, il nostro ruolo assunto e ad essa diamo molta più importanza e credibilità di quanto si dovrebbe (P. Riccardi “Ogni vita è una vocazione per un ritrovato benessere, p. 55 capitolo “Essere è meglio che apparire” ed. cittadella 2014) e la nevrosi da mancanza di senso è assicurata. E’ di dominio pubblico come molte persone pur avendo e ricoprendo cariche importanti vivono una vita insoddisfacente.

Primo Congresso Nazionale

A poco più di un anno dall’incontro sulla Psicologia della Felicità e Principio Nuziale annunciamo il 1° Congresso Nazionale del Laboratorio di Psicologia Cristiana!

Sempre ad Assisi, sempre presso la Domus Pacis. Sempre con grandi ospiti, quest’anno persino internazionali:

Padre Ignacio Andereggen, docente alla Università Cattolica dell’Argentina ed alla Gregoriana di Roma, già autore di importanti testi e riflessioni su di una psicoterapia pienamente cristiana;

Marcos Randle & Pablo Pliauzer, referenti del CEyTEC, divulgatori di una proposta “realista” per la psicologia teorica e pratica, con ricadute negli ambiti scolastici, clinici ed aziendali;

oltre al “trio” responsabile del Laboratorio, ovvero Mimmo Armiento, Alberto D’Auria e Stefano Parenti

e la “paternità” di Claudio Risé.

Programma
Sabato 12 Maggio 2018
ore 16 – Introduzione
ore 16:30 – Prima sessione: Ignacio Andereggen
ore 18 – Seconda sessione: Marcos Randle & Mimmo Armiento
Cena
Ore 21 – Lavoro in gruppi

Domenica 13 Maggio 2018
Ore 9:30 – Sessioni parallele
Ore 11 – Assemblea
Ore 12 – Conclusioni con Claudio Risé.

Per prenotazioni inviare una mail a info@domuspacis.it indicando “Congresso del Laboratorio di Psicologia Cristiana” nel corpo del testo.

Il costo del Congresso è di soli 25 euro!

Per chi desidera soggiornare alla Domus Pacis vi sono due alternative: mezza pensione (65 euro) o pensione completa (80 euro).

Il termine delle iscrizioni è il 15 Aprile ma informiamo preventivamente che i posti sono limitati.

Corso di Psicoloterapia Cattolica

Nel 2018 a Milano si terrà il primo corso di Psicoterapia Cattolica! Tra i relatori Mimmo Armiento, Alberto D’Auria, Claudio Risé e Stefano Parenti (che coordina), ovvero i principali promotori del Laboratorio di Psicologia Cristiana! 

Il corso è rivolto principalmente ai professionisti. Cosa aspetti…iscriviti!

Per info ed iscrizioni premi qui.

 

 

Magda Arnold psicologa cattolica

La collana che l’editore D’Ettoris dedica alla psicologia cattolica (unico esempio in Italia e, forse, in Europa) si arricchisce di un nuovo imperdibile volume: Magda Arnold, psicologa delle emozioni (D’Ettoris, Crotone 2017, 192 pp., 15,90 euro). L’autore, Stefano Parenti, decide di tratteggiare un profilo a tutto tondo della poco conosciuta autrice americana: dapprima ripercorrendo le tappe principali di una vita appassionante, segnata indelebilmente dalla conversione – punto di volta sia personale che professionale – per poi affrontare uno ad uno gli ambiti del suo contributo alla psicologia. La Arnold è stata una delle più importanti (se non la più importante) ricercatrici nel campo delle emozioni – ambito nel quale talvolta viene ricordata anche dai manuali universitari – ma si è occupata anche di memoria, di test (il celebre TAT), di psicoterapia, d’insegnamento e, non ultimo, del ruolo e del compito degli psicologi cattolici. Dalla lettura di questo piccolo testo si evince la figura di una grande personaggio: una donna certa dell’esperienza della fede, appassionata della ricerca e della clinica, al servizio della Chiesa e del bene comune.

Dalla terza di copertina. La psicologa americana Magda B. Arnold è stata una delle più importanti ricercatrici nel campo delle emozioni. La sua teoria, ancorata agli studi più avanzati nel campo della psicologia e delle neuroscienze, si fonda sulla concezione cristiana dell’uomo, in particolare sull’antropologia tomista. La sua vita è una testimonianza vivente dell’utilizzo pieno della ragione umana che, incontrando il reale, scopre le verità annunciate dalla Fede. Questa è la sua esperienza di conversione, personale e professionale, nonché il resoconto del suo contributo cristiano alla psicologia

Indice
Invito alla lettura di Roberto Marchesini
Introduzione di Martin F. Echavarria
Presentazione di Stefano Parenti
1. La vita
2. Le emozioni
3. L’immaginazione e il TAT
4. La memoria
5. La psicoterapia
6. Lo psicologo nell’apostolato intellettuale
7. La vita religiosa
8. La psicologia di padre John A. Gasson
Maggiori informazioni qui.

La vita complicata dei figli di coppie gay

Da La Nuova Bussola Quotidiana.it

La vita complicata dei figli di coppie gay

di Stefano Parenti

12-07-2017

 

“La funzione di padre e di madre è essenziale e costitutiva del percorso di crescita”. È questa la frase “incriminata”, che ha sollevato un polverone attorno allo psicoanalista Giancarlo Ricci, attualmente in attesa di essere giudicato da una commissione deontologica presso l’ordine degli psicologi della Lombardia. In quanto amico e collega non posso che offrirgli tutto il mio sostegno. Indossando gli occhiali dello studioso e del professionista mi chiedo: cosa può dire la psicologia a riguardo dell’affermazione di Ricci? In altre parole, la scienza psicologica – che sappiamo essere molto meno “pura” di tante altre scienze “dure” come la fisica e la biologia – corrobora o confuta l’affermazione sotto accusa?

Psicologia e Misericordia

Psicologia e Misericordia, di Stefano Parenti, edizioni Mimep-Docete, Pessano con Bornago 2017, 192 pp. 8 euro.

Dalla quarta di copertina: “Il testo di Stefano Parenti approfondisce le dinamiche psicologiche di chi opera e di chi riceve misericordia. Dall’analisi dell’esperienza soggettiva, emerge che la misericordia non è, in primo luogo, una capacità della persona umana, piuttosto essa origina da una Presenza che attraverso la Misericordia si manifesta”.

Indice
Prefazione di S. E. Mons. Massimo Camisasca
1. La Misericordia: una lettura psicologica
2. Il rifiuto della Misericordia
    Tre maestri del sospetto
3. L’essenza della Misericordia
    Il cuore
    Le opere
    La Misericordia è una virtù
    Un atto interno della carità
4. I prerequisiti psicologici
    L’empatia
    L’esperienza della miseria
    L’esperienza di aver ricevuto misericordia
5. L’obduratio e la Misericordia
    Il contrario della Misericordia
    Un esempio simbolico di omburatio
    Un caso particolare di obduratio: il paradosso dell’innamoramento
    La forma clinica dell’obduratio: la nevrosi
    L’obduratio è un meccanismo difensivo
6. Le sorelle della Misericordia
    Il perdono
    La compassione
    La pietà
    La giustizia
    La carità
7. L’effetto della Misericordia
8. Rinnovare la Misericordia
    Lo sforzo eroico
    Il riconoscimento della presenza di Dio

Benedetta psicologia

Da Avvenire

Antonio Giuliano venerdì 16 giugno 2017
 
Il culto della psicoanalisi ha finito per soppiantare secoli di riflessione cattolica sulla psiche. Lo studioso Echavarría riscopre i grandi maestri dell’anima.
Se c’è un campo del sapere che considera il cattolicesimo come una pianta ostile questi è la psicologia. Non a caso gran parte delle correnti psicologiche contemporanee sono contrarie a una visione cristiana dell’uomo, come già denunciava Giovanni Paolo II anni fa.Un pregiudizio che ha contribuito non solo alla crisi dell’uomo moderno, ma ha finito per abbagliare gli stessi studiosi credenti: «I cattolici impegnati nel mondo della psicologia hanno preferito anteporre la fede per Freud o per qualche altro capo scuola al Magistero della Chiesa». Così scrive lo psicologo Stefano Parenti nella prefazione a un libro controcorrente Da Aristotele a Freud. Saggio di storia della psicologia (D’Ettoris Editori, pagine 158, euro 14,90).L’autore è Martín F. Echavarría, accademico spagnolo dell’Università di Barcellona e di Navarra che da anni è impegnato a recuperare la grande tradizione antica e medievale rifiutata dalla modernità con particolare riguardo alla lezione di Tommaso d’Aquino.

Secondo lo psicologo spagnolo dietro le origini anti-cristiane della psicoterapia contemporanea ci sarebbe l’influenza decisiva di Friedrich Nietzsche, lui è il mandante teorico della rottura con la tradizione e Sigmund Freud, l’esecutore materiale con la sua psicoanalisi.Due visioni contrapposte dell’uomo si sono infatti sviluppate nella civiltà occidentale: da un lato l’antropologia formulata su basi razionali, dalla filosofia greca e da Aristotele in particolare, integrata dal cristianesimo; dall’altra una naturalista e materialista, elaborata nell’antichità ma che ha avuto un ruolo sempre più egemone negli ultimi secoli e ha trovato sbocco nell’opera di Freud: «L’uomo nulla di più è, e nulla di meglio, dell’animale… Le sue successive acquisizioni non consentono di cancellare le testimonianze di una parità che è data tanto nella sua struttura corporea, quanto nella sua disposizione psichica». L’approccio della psicoanalisi, ripreso da altre correnti, ha finito, spiega il libro, per preparare il terreno alla rivoluzione sessuale, al femminismo radicale e alla distruzione della famiglia tradizionale.Una visione che ha screditato secoli e secoli di riflessione psicologica cristiana sull’uomo e sulla sua unicità. Echavarrìa arriva allora a tracciare uno straordinario albero genealogico, in cui, con buona pace degli intellettuali laicisti, spiccano anche santi e dottori della Chiesa.Una galleria insospettabile che risale sino ai Padri del deserto, soprattutto Evagrio Pontico e Giovanni Cassiano e alle loro descrizioni dei difetti e delle malattie spirituali (e mentali). «Particolarmente interessante rispetto alla prassi della psicologia – scrive lo studioso spagnolo – è il loro trattamento delle otto “passioni”, che nella tradizione orientale equivalgono ai sette vizi capitali della tradizione occidentale (iniziata da san Gregorio Magno); soprattutto le loro osservazioni sulle passioni della tristezza e dell’accidia». Un posto di rilievo in questa cronologia spetta senza dubbio a sant’Agostino con le sue Confessioni in cui scandaglia i temi della memoria e del tempo, o col De Trinitate, in cui tutta la vita mentale è vista come riflesso della Trinità: «Si tratta di una psicologia che parte dall’interiorità dell’anima, per elevarsi all’amore e alla contemplazione di Dio, suo Creatore, però che non ignora le sue contraddizioni e debolezze». E se lo stesso san Gregorio Magno nelle sue opere mostra «eccellenti doti psicologiche» è il Medioevo a elaborare una sintesi imprescindibile.

Brillano altri giganti della cristianità, come sant’Alberto Magno il quale «facilitò enormemente l’assimilazione di Aristotele che giungerà al culmine con il suo discepolo san Tommaso d’Aquino». Quanto a quest’ultimo, grande dottore della Chiesa, a proposito delle sue elaborazioni psicologiche dirà lo psicanalista tedesco Erich Fromm: «In Tommaso d’Aquino si incontra un sistema psicologico da cui si può probabilmente apprendere di più che dalla gran parte degli attuali manuali di tale disciplina; si incontrano in esso trattati interessantissimi e molto profondi di temi come il narcisismo, la superbia, l’umiltà, la modestia, i sentimenti d’inferiorità, e molti altri». Ma autentici «psicologi del profondo» sono anche mistici raffinati come il venerabile Giovanni Taulero, il beato Giovanni Ruysbroeck, Jean Gerson, cancelliere dell’Università di Parigi, Ugo di Balma, Enrico Herp, Dionisio il Certosino, l’autore dell’Imitazione di Cristo, fino ai vertici toccati da santa Teresa di Gesù e san Giovanni della Croce. E che dire di sant’Ignazio di Loyola, i cui Esercizi Spirituali «sono un grande esempio di profondità psicologica, che gli è riconosciuta da autori differenti come Carl Gustav Jung».Non è allora un caso che il “killer” teorico di questa tradizione sia stato il filosofo tedesco Nietzsche che considerava il santo come «la specie più grave di nevrotico».

L’ostracismo anti-cristiano dei secoli moderni ha fatto sì che «il più importante se non l’unico psicoterapeuta cattolico del Novecento» sia stato allora Rudolf Allers. Lo studioso austriaco era fermamente convinto che la psicologia e la psichiatria per essere davvero efficaci dovevano avere una solida base metafisica.L’ultimo pregiudizio sfatato da Echavarría è quello secondo cui il Magistero della Chiesa non abbia trattato in maniera organica la psicologia. Basta invece attingere ai pronunciamenti di Pio XII per essere smentiti: il pontefice confutò apertamente la psicoanalisi che riduceva l’uomo a livello dell’animale, a un essere tutto pulsione e immaginazione. E tratteggiò una visione alternativa ridando il giusto peso alla ragione e alla volontà che guidano “dall’alto” la vita psichica umana.

La «psicoterapia dall’alto» di Pio XII non fa altro che riprendere la grande tradizione psicologica cristiana. Un patrimonio che oggi potrebbe fornire la chiave a una società secolarizzata e in crisi che «dissolve le relazioni umane fondamentali alla base dello sviluppo della personalità sana e matura ed è terreno fertile di sempre più squilibri psichici: ansia, depressione, anoressia, dipendenze». Sotto il lettino dello psicoanalista è stato sotterrato un tesoro.

Le ricadute patogene della pornografia

Da CulturaCattolica.it

Continuiamo ad occuparci della pornografia, perché se ne parla poco, troppo poco.

Come cristiani sappiamo bene che la pornografia è un male. La “cosificazione” della donna, il racket, l’adulterio (“chiunque guarda una donna per desiderarla…”), la masturbazione (“fornicazione”), la divinizzazione del piacere venereo, ecc. Forse sappiamo meno bene che, come tutti i mali morali, essa comporta delle ricadute patogene. Ovvero che il guardare certe immagini modifica il pensiero, l’affetto e le relazioni non solo verso Dio, ma anche sul piano umano. Sul singolo individuo essa produce una dipendenza. Studi sperimentali hanno appurato che l’esposizione ai video pornografici altera gli equilibri sistema nervoso centrale in modo del tutto analogo all’utilizzo di sostanze psicotrope, come le droghe. Più uno si mette a guardarli più ne sente la necessità di farlo nuovamente. Nelle relazioni essa modifica la percezione dell’amato, che diviene un oggetto di gratificazione sensoriale, impedendo così un vero innamoramento e la gratuità dell’amore. Questo è il motivo per cui diversi matrimoni si frantumano quando di mezzo c’è la pornografia. Anche le amicizie ne risentono, poiché chi passa tante ore davanti allo schermo tende a chiudersi in sé, a perdere l’interesse per gli altri, sino a soffrire di veri e propri stati di depressione, oltre ad altre sintomatologie come gli attacchi di panico, l’eiaculatio precox o l’impotenza, i disturbi dell’attenzione.

C’è un modo per uscirne?

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Santi gay? Il problema sono gli atti non la tendenza

Da La Nuova Bussola Quotidiana

Le sorprese da un po’ di tempo a questa parte arrivano, chissà perché, dai gesuiti. Già papa Francesco, gesuita, ci ha abituati a uno stile diciamo così pop, con, ogni tanto, qualche affermazione a braccio che lì per lì può apparire sconcertante (e magari anche dopo). Poi il generale, addirittura, dei gesuiti, che ha affermato di non potersi conoscere le esatte parole di Gesù perché a quel tempo non c’erano i registratori. Ora arriva il terzo, James Martin, consulente della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede. E’ in carica da appena un mese e già ci comunica, via Facebook, quanto segue: «Una certa parte dell’umanità è gay. Anche una certa parte dei santi poteva esserlo. Potresti essere sorpreso quando in Paradiso verrai salutato da uomini e donne Lgbt».

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