Il secondo numero della rivista!

Finalmente! Dopo quasi un anno di lavoro è uscito il numero due di Metanoeite, la rivista di psicologia cristiana. Al suo interno un ampio dossier sulla psicologia e psicoterapia tomista.

L’articolo principale è scritto dal professor Martin F. Echavarria, direttore del dipartimento di psicologia all’Università Abat Oliba-CEU di Barcellona.

A seguire numerosi interventi di replica e commento, firmati da Frank Moncher, Luciano Masi, Roberto Marchesini, Ermanno Pavesi, Marcello Landi, Paul Vitz e Marcos Randle.

E poi segnalazioni, approfondimenti e tanto altro. Non perdere tempo, scaricalo…è gratis! Alla pagina della rivista.

La SPERANZA tra FEDE e PSICOLOGIA

da Notiziecristiane.com

di Pasquale Riccardi

Martedì 10/07/2018

Vivere facendo appello alla speranza è una delle percezioni più frequentemente vissute ed esperite nella vita anche se del tutto ignari. Ognuno “spera” in un raggiungimento di un bene o nell’evitare di un male.
Spero di non ammalarmi; spero che il mio caro stia bene ecc… con queste affermazioni ognuno, inconsapevolmente, si affida ad un fato ad un destino ma contemporaneamente fa qualcosa per non ammalarsi e per il suo caro. In questo senso la speranza diventa sia percezione che atteggiamento nel fare. Eppure “la speranza” in psicologia è un tema ancora poco studiato in quanto vi è un filone di studio che la esulano dall’associazione all’emozione. Secondo Moritz Lazarus, psicologo esperto delle emozioni, perché troppo scarsa nello stimolare la controparte biologica e fisiologia come ad esempio la paura (Lazarus M., Psicologia dei popoli come scienza e filosofia della cultura Editore: Bibliopolis 2008). Pur tuttavia un altro filone della psicologia umanistica esistenziale affida alla “speranza” compito di supporto alla motivazione al cambiamento soprattutto in situazioni difficili. Quante volte vi è capitato di sperare un cambiamento proprio di fronte ad un evento traumatico o ad un dispiacere? Come cristiano e uomo di scienza non posso non considerare la speranza come dono più prezioso della vita perché permette di andare avanti, affrontare, reagire a situazioni difficili. Diverse volte come psicologo e psicoterapeuta ho parlato di “resilienza” quale capacità di affrontare situazioni difficili, ma come cristiano riscontro che senza speranza ogni resilienza viene meno (per l’approfondimento della resilienza vedi di Pasquale Riccardi in notiziecristane.com “Dalla resilienza la forza dello spirito” del 13 gennaio 2018; “Quando la vita ci mette alla prova” 10 giugno 2018; “Siamo sicuri che essere forti vuol dire non provare debolezza?” del 5 giugno 2018).

Dall’etimologia della parola speranza si ricollega al latino spes = speranza, a sua volta dalla radice sanscrita spa– che significa tendere verso una meta. Con “Speranza” quindi si intende quell’atteggiamento, quell’aspettativa verso un obiettivo desiderato. Trova riscontro nella tradizione cristiana un collegamento alle virtù teologali, di aspettativa di un bene futuro, di un cambiamento positivo futuro, di un fiducioso ottimismo riguardo al proprio destino ed a quello del mondo. Fra i grandi pensatori, Tommaso d’Aquino vedeva la speranza come una virtù e dunque qualcosa di molto simile alla ragione e diversa da un’emozione. Per uno psicologo, ma in generale per gli operatori dell’aiuto, la stimolazione dell’atteggiamento alla speranza può diventare uno strumento utilissimo per aiutare le persone ad affrontare un momento difficile. Occorre fare qualche precisazione per non banalizzare il concetto di speranza e ogni operatore deve essere consapevole che la speranza non è da confondersi con la passività, con l’aspettare che le cose accadono così facendo si viene meno anche a quel principio antropologico cristiano del bene e del male che è nel potere del credente scegliere (Dt 30,15-20). Quando diciamo, ad esempio che “speriamo” di riuscire a metterci a dieta o ad amare il prossimo ciò significa che dobbiamo farlo perché speranzosi nel risultato positivo. Altro aspetto significativo per l’operatore di aiuto è il
riferimento all’ incertezza.

Chi ha speranza contempla l’incertezza per cui si può dire che l’incertezza, nella speranza, è un elemento assolutamente centrale se abbinata al concetto di fede. In realtà fede e speranza potrebbero apparire simili ma in realtà l’una sostiene l’altra.

La fede riguarda l’affidamento, in quanto chi ha fede guarda alle forze superiori della Divinità, di Dio, del Signore ed è per questo che si nutre la speranza che diventa l’azione propria umana nel cambiamento o in un obiettivo. Senza la speranza, qualsiasi progetto di vita rischia il fallimento.

Attenzione: fare esorcismi su persone malate di mente è molto “dannoso”

da aleteia.org

L’esorcista avverte: la possessione non è per tutti, ma solo se si è corrotti e peccatori. Ecco come individuarla

di Gelsomino del Guercio

Lunedì 18/06/2018

The Last Exorcism 2010

Le possessioni diaboliche sono un fatto reale, non vanno confuse con le malattie psichiatriche ma non avvengono per caso. Sono, di norma, il frutto di una vita morale corrotta perché il diavolo ci attacca là dove siamo deboli e non smette di ingannarci.

Parola di padre Raffaele Talmelli, esorcista della diocesi di Siena, psichiatra e da psicologo, in grado di individuare il margine sottile che separa l’intervento del demonio dalle patologie mentali.

I peccatori

In un’intervista ad Avvenire (16 giugno) chiarisce: «Una malsana pubblicità ha portato a pensare che la possessione demoniaca sia una sorta di meteorite che cade dal cielo e colpisce qualche sventurato. È invece, di norma, il frutto di una vita morale corrotta. La Tradizione della Chiesa ci insegna che – fatta eccezione per alcuni santi che hanno subito esperienze diaboliche come “purificazione passiva” – “la possessione ordinariamente non avviene che in peccatori”.

Giuda

E, come ha dimostrato Giuda, prosegue Padre Talmelli, «si possono liberamente coltivare i vizi nonostante l’abbondanza delle grazie riversate da Dio. Gesù incontra il primo indemoniato in una sinagoga; l’Evangelista scrive letteralmente che quell’uomo “era dentro uno spirito impuro” (Mc 1,23) e mette così in luce quale possa essere il terribile approdo della corruzione morale».

Estratto dal film “L’esorcismo di Emily Rose” © Lakeshore Ent Corp / The Kobal Collection / AFP

Malattie dell’anima

Secondo l’esorcista «la confusione tra malattie mentali e fenomeni diabolici avviene perché spesso si parla di malattie mentali come “malattie dell’anima”. È bene essere chiari: le malattie dell’anima sono i peccati e i vizi, cioè “atti umani” che, per essere tali, richiedono la “piena avvertenza e deliberato consenso”. Il demonio ci istiga al peccato, ci incita a reiterare i comportamenti peccaminosi fino a renderli “abiti operativi stabili”, cioè vizi».

Capacità di intendere e di volere

Le malattie mentali, per loro natura, «intaccano proprio la “capacità di intendere e di volere”; ciò comporta che, per quanto esse possano produrre comportamenti riprovevoli, la responsabilità morale del soggetto agente sia fortemente condizionata dalla gravità della malattia stessa. La Chiesa da sempre invita a “rettamente distinguere” tra intervento diabolico straordinario e malattie psichiche, e a consultare “persone esperte in medicina e psichiatria, competenti anche nelle realtà spirituali” in modo da evitare clamorosi errori».

“Illusorio e dannoso”

Padre Talmelli cita un documento della Conferenza Episcopale Toscana, che nel 2014 ha pubblicato precise Indicazioni Pastorali nelle quali si stabilisce, addirittura, che “in presenza di disturbi psichici o fisici di difficile interpretazione il sacerdote non procederà al Rito dell’esorcismo maggiore […] Se una persona è affetta da disturbi psichici, praticarle preghiere di esorcismo sarebbe puramente illusorio e dannoso“.

“Caso per caso”

Valter Cascioli, psichiatra portavoce dell’Associazione Internazionale degli Esorcisti, in un’intervista ad Aleteia (luglio 2014) era già intervenuto su questo delicato tema spiegando che «il sacerdote esorcista decide caso per caso, decidendo se coinvolgere un medico psichiatra».

Questo professionista, precisava Cascioli, «deve avere una preparazione accademica ma anche spirituale. Ci sono medici che non credono all’esistenza del diavolo, non riconoscono l’attività demoniaca ordinaria o straordinaria. […] A volte gli esorcisti si trovano in difficoltà quando inviano i loro pazienti dagli psichiatri che non hanno fede e che non riconoscono il maligno».

Malattie psichiche da non confondere

Tra le malattie che possono far confondere tra disturbo psichico e possessione ci sono quelle «come la schizofrenia, il disturbo ossessivo. In un contesto di psicosi delirante potrebbe, in base ai casi, sembrare una possessione diabolica. Dobbiamo quindi considerare queste patologie con grande attenzione e con la competenza richiesta a questo scopo».

“Fuori dalla grazia di Dio”

Pertanto il portavoce degli Esorcisti chiarisce: «Molte delle cose che abbiamo menzionato coinvolgono persone che nella maggior parte dei casi vivono fuori dalla grazia di Dio, persone che vivono in situazioni di peccato mortale. È chiaro che per un credente il primo passo è riconciliarsi con Dio attraverso la preghiera, la Sacra Scrittura e i sacramenti. La persona può seguire un cammino di fede accompagnata da un padre spirituale. Ovviamente, se queste persone manifestano problemi psichici o medici possono richiedere l’aiuto di uno specialista».

“Ecco perché non mi definisco gay”. In Italia l’anti Martin

da lanuovabq.it

Arriva in Italia Daniel Mattson, autore del libro Perché non mi definisco gay – Come ho recuperato la mia identità sessuale e trovato la pace. La sua storia è un “pugno in faccia” alla tendenza omoeretica e un inno alla Chiesa, che lo ha abbracciato partendo da un dato naturale: «Siamo maschi e femmine. Per rispettare qualcuno dobbiamo riconoscere la sua identità. Tutto il resto sono un falso rispetto, una falsa delicatezza e una falsa compassione».

L’intervista di Raffaella Frullone

Domenica 06/05/2018

In occasione del suo arrivo in Italia per la presentazione del suo libro, pubblichiamo l’intervista del mensile Il Timone a Daniel Mattson (clicca qui per leggere il numero di Maggio). Mattson ha raccontato la sua storia nel libro Why I don’t call myself gay – How I reclaimed my sexual reality and found peace (Perché non mi definisco gay – Come ho recuperato la mia identità sessuale e trovato la pace). Nell’intervista parla dell’importanza dell’Apostolato diu preghiera Courage, un approccio al problema dell’omosessualità in ossequio alla dottrina della Chiesa e non incine alle forme di omoeresia che vedono nel gesuita James Martin il suo principale estensore. Daniel Mattson sarà in Italia a maggio per presentare il suo libro Perché non mi definisco gay – Come ho recuperato la mia identità sessuale e trovato la pace, tradotto in italiano da Cantagalli, con la prefazione del cardinale Robert Sarah. Queste le date principali: 23 e 25 maggio a Roma, 28 maggio Rocca di Papa, 29 maggio Napoli, 30 maggio Milano. Tutti i dettagli sul sito www.nonmidefiniscogay.blog. Altri link di riferimento: www.courageitalia.it e www.everlastinghills.org.
***
«Ho scritto il libro che avrei voluto leggere quando avevo 19 anni. Stavo iniziando il college e con esso la mia vita indipendente. Provavo attrazione per gli uomini e mi facevo tante domande: sulla fede, su Dio, sul mio futuro, sulla mia identità. Non capivo il senso profondo della sessualità umana e mi stavo convincendo che avrei vissuto una miserevole vita di solitudine. Ho messo nero su bianco la mia vita nella speranza di aiutare le persone, soprattutto i giovani, che si trovano nella stessa situazione». Daniel Mattson è un musicista, suona il trombone nell’Orchestra di Gran Rapids, in Michigan, e a maggio sarà in Italia per presentare Why I don’t call myself gay – How I reclaimed my sexual reality and found peace (Perché non mi definisco gay – Come ho recuperato la mia identità sessuale e trovato la pace).
L’anti Martin
Il testo, uscito negli Usa per l’editrice Ignatius Press con la prefazione del cardinale Robert Sarah (tradotto in Italia da Cantagalli), ha fatto discutere perché è considerato il contraltare del libro del gesuita James Martin, Building a bridge: How the Catholic Church and the Lgbt community can enter into a relationship of respect, compassion and sensitivity (Costruire un ponte: come la Chiesa cattolica e la comunità Lgbt possono instaurare una relazione di rispetto, compassione e delicatezza). Se Martin infatti, consulente della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, sostiene la necessità di una pastorale che metta al centro l’acronimo Lgbt, ovvero l’utilizzo dei termini “gay”, “lesbica”, ecc., Mattson sostiene l’opposto. «La ragione più grande per cui rifiuto di definirmi gay è semplice: penso che non sia oggettivamente vero. Focalizzarsi sui sentimenti porta le persone lontano dalla loro realtà di figli di Dio nati maschi e femmine. Dobbiamo imparare a distinguere la nostra identità dalla nostra attrazione sessuale, dal nostro comportamento. Non è quello che “sentiamo” che deve regolare la nostra vita, altrimenti passeremmo col semaforo rosso solo perché, appunto, ce lo “sentiamo”. Esiste una oggettiva verità che ci protegge, fatta per il nostro bene. Altrimenti sarebbe il caos: ci sono uomini che si sentono donne, donne che si sentono gatti, persone che sentono che non avrebbero dovuto nascere con le gambe e si sono fatte operare per amputarsele: è normale questo? L’esempio è estremo, ma è reale». Mattson è arrivato a questa consapevolezza nonostante sappia bene cosa significhi vivere un’attrazione per persone del proprio sesso. Da ragazzino si sentiva attratto dai suoi compagni, con i quali si sentiva a disagio, sebbene desiderasse essere come loro. Eppure, spiega, «l’idea di essere gay non mi sfiorava minimamente, men che meno quella di avere un rapporto con un uomo».
Tutto è cambiato ad un campo Scout.
«Allora si trattava di giornaletti – spiega in questa intervista al Timone –. Ricordo come se fosse ieri l’avidità con cui abbiamo iniziato a consumare quelle pagine, così come ricordo quanto male mi sentissi il giorno dopo. Eppure da subito la pornografia ha inquinato la mia visione della sessualità, tutto era solo piacere, soddisfazione del desiderio, ricerca di un nuovo piacere. Dai giornali sono passato al web. Era la mia droga e fu grazie ad essa che tutti i comportamenti sessuali erano diventati per me ormai leciti».
Infatti poco dopo arriva l’incontro con l’uomo con cui hai il primo rapporto omoerotico, uno sconosciuto contattato online. Descrivi questa esperienza come disgustosa…
«Non potevo credere di aver aspettato 32 anni per una cosa tanto squallida, però quella è stata la molla che mi ha fatto capire che cercavo di più, un compagno di vita, una persona con cui condividere valori e quotidianità».
Così hai incontrato Jason con cui sei stato per circa un anno.
«Credo che la base delle relazioni gay sia il vuoto profondo che si percepisce e si cerca di colmare, a volte con il sesso. Tra uomini è molto potente e crea molta dipendenza. Al netto di questo, guardandomi indietro la mia relazione con Jason era in un certo senso ordinaria: nessuno di noi era un attivista del movimento gay e ci facevamo molta compagnia. Arrivo a dire che ero in qualche modo felice con lui. Certamente felice solamente per quanto sapevo si potesse essere felici, perché dentro di me quel senso di vuoto restava. Eppure avevo trovato un equilibrio e mi stavo preparando a fare coming out con la mia famiglia».
… quando all’improvviso è arrivato il colpo di fulmine con una donna.
«Non volevo innamorarmi di Kelly, ma è accaduto e la mia vita è stata nuovamente ribaltata. La mia storia con Jason è finita e ho iniziato a frequentare una donna che sembrava fatta per me tanto forte era l’intesa. Finalmente mi sentivo nel posto giusto, con la persona giusta e iniziavo a fare progetti per il futuro. Sono andato a comprare un anello per chiederle di sposarmi…».
Ed è arrivata un’altra doccia fredda…
«Già. Kelly mi ha detto che non voleva avere figli. Ho sentito il mondo crollarmi addosso, abbiamo preso un periodo di riflessione ma, sebbene io fossi ancora molto immaturo nella fede, ero certo di voler diventare padre. Oggi sono convinto che quello di lasciare Kelly, nonostante sia stato uno dei momenti più laceranti e devastanti della mia vita, sia stato anche uno dei passaggi fondamentali del mio percorso. Il Signore ha avuto bisogno di togliermi Kelly perché io mi innamorassi di Lui».
Qui inizia il tuo faticoso, ma affascinante ritorno alla Chiesa, in cui un ruolo fondamentale lo ha avuto l’apostolato di Courage, che si rivolge a persone attratte dallo stesso sesso.
«Courage è stato il modo in cui la Chiesa mi ha accompagnato. Una delle ragioni principali per cui sono tornato alla Chiesa è il suo abbraccio chiaro alla realtà oggettiva della natura sessuale, così come è rivelata nei nostri corpi. Dio ha dato un nome alla nostra sessualità nella Genesi: maschi e femmine, e questo è. Niente di più e niente di meno della bellezza di questi due sessi».
Eppure padre James Martin sostiene esattamente il contrario, ovvero che ci sia bisogno di una pastorale dedicata per il mondo cosiddetto Lgbt.
«Credo che Martin sia innanzitutto confuso su quello che dice il Catechismo della Chiesa cattolica. Faccio riferimento al paragrafo che lui sviluppa nel suo libro, il 2358, ovvero quello sulla necessità di avere rispetto, compassione e delicatezza. Siamo di fronte ad un insegnamento molto chiaro. Cosa significa rispetto? Per rispettare veramente qualcuno dobbiamo innanzitutto riconoscere la sua identità. È una questione di antropologia e per la Chiesa non c’è spazio per termini come “gay”, “lesbiche” o “transgender” che sono una riduzione della persona. Solo quello che è vero è autenticamente pastorale: e la verità è che noi siamo uomini e donne. Tutto il resto sono un falso rispetto, una falsa delicatezza e una falsa compassione».
Oggi la castità – su cui Courage lavora – è considerata una richiesta eccessiva, impossibile da realizzare tanto che la si propone ma sempre meno anche a chi si prepara al matrimonio. Ha fatto discutere un corso, organizzato e poi annullato dalla Diocesi di Torino, che proponeva alle coppie omosessuali di lavorare sulla fedeltà.
«Personalmente lo trovo offensivo. Io sono fatto per molto più che la fedeltà verso un uomo, sono chiamato a un’appartenenza totale al Signore che passa prima di tutto dalla verità di chi sono. Ripensando a Jason, oggi so che due uomini non sono fatti per stare insieme: se si vogliono veramente bene devono smettere di fare sesso, perché il vero amore per l’altro è l’amicizia nella fratellanza, non l’atto omoerotico. Questo dice la Chiesa e questa è la via per essere veramente felici. Sarebbe un insulto proporre qualcosa di meno della felicità piena “perché è troppo difficile”, non si diventa cristiani per avere una vita confortevole. Questo vale anche per le coppie di fidanzati, quand’anche già convivessero. La Chiesa deve dire: siccome ti amo ti propongo qualcosa di più. Certo che è faticoso, ma non ci è stato forse promesso il centuplo quaggiù?».

 

Per un’autentica conoscenza di sé, tra psicologia e spiritualità

Da notiziecristiane.com

21 Maggio 2018

di Pasquale Riccardi

L’attenzione alla dimensione dell’interiorità ha sempre spinto le scienze della  psiche a porre considerazione alla conoscenza dell’io, che se da un lato ci ha dato lumi sui processi cognitivi (pensiero), sulle dinamiche affettive (emozioni e sentimenti) e sulle azioni (comportamenti),  dall’altro si è prestata ad accrescere una sorta di narcisismo culturale comportando una sopravvalutazione dell’immagine di sé.  E’ chiaro che una cultura che sopravvaluti il potere dell’immagine, nel senso di apparire, svaluta l’interiorità dell’uomo e ne è l’emblema dell’esibizionismo nei tanti talk show, che per il potere dell’audience, spersonalizzano dinamiche relazionali, familiari, morale e pudore riscontrabile anche nei social net.

La nostra è un’epoca dove è forte il culto dell’apparenza, in essa prevale il ruolo sociale che svolgiamo invece che l’essere. Un bel corpo impeccabile, un linguaggio accattivante, una prestigiosa posizione sociale la fanno da padrone. Forse, possiamo dire, usando una metafora, che è l’era dove conta più l’involucro che il contenuto. L’involucro ci dà solo un’immagine del contenuto e quando è l’involucro ad attirare l’attenzione, il contenuto, ossia l’essenza, passa in secondo piano (P. Riccardi dal libro “Ogni vita è una vocazione per un ritrovato benessere, p. 54 capitolo Essere è meglio che apparire ed cittadella 2014).

È così che il potere dell’apparire diventa il proprio biglietto da visita dove l’immagine si confonde con la parte più autentica e profonda della propria personalità, ma sappiamo come finisce Narciso il quale, condannato a non conoscere mai se stesso, si perde nella propria immagine riflessa sull’acqua (R. Graves, I Miti, 1992). Più potere assume l’immagine che presentiamo di noi agli altri, più si accresce una sorta di ipertrofia dell’Io, pertanto risulta valido un nuovo approccio alla conoscenza di sé che contempli oltre alla conoscenza dell’Io anche la ricerca della spiritualità. Questo significa che ogni movimento verso la conoscenza di sé deve essere accompagnato anche da una ricerca spirituale. Lo sa bene il “cristiano” (in riferimento a chi segue Gesù Cristo) dove la conoscenza del Signore si accompagna sempre alla conoscenza di sé, in virtù dell’antropologia cristiana, che parte dall’assunto che “siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio”  (Genesi 1, 26-27). Dalla più remota antichità ad oggi il bisogno di conoscere chi siamo veramente ha affascinato uomini di grande saggezza e ricchezza interiore: “Realizza te stesso” (Pitagora); “Sei la misura di tutte le cose” (Protagora); “Diventa ciò che tu sei” (Nietzsche); “Conosci te stesso” (Socrate); “Nessuno può conoscere Dio se non ha prima conosciuto se stesso” (Filocalia); “Uomo conosci te stesso, poiché il più grande dei tesori è seppellito dentro di te” (Blavatsky).

Per conoscere se stessi è necessario un percorso che contempli il guardarsi dentro, scoprire il proprio Io, ricercare gli elementi salienti del proprio passato, proprio delle scienze mediche e psicologiche e, il guardare oltre a Dio, alla spiritualità (P. Riccardi, Psicoterapia del cuore e beatitudini, ed. Cittadella 2018). Questo significa che per un’autentica e profonda conoscenza della propria interiorità l’uomo non deve essere schiavo della sua stessa immagine. Tante volte confondiamo l’apparire con ciò che realmente siamo. Molte delle insoddisfazioni esistenziali derivano da questa confusione per cui spesso accade che l’unico rapporto che abbiamo è con la nostra immagine, la nostra posizione sociale, il nostro ruolo assunto e ad essa diamo molta più importanza e credibilità di quanto si dovrebbe (P. Riccardi “Ogni vita è una vocazione per un ritrovato benessere, p. 55 capitolo “Essere è meglio che apparire” ed. cittadella 2014) e la nevrosi da mancanza di senso è assicurata. E’ di dominio pubblico come molte persone pur avendo e ricoprendo cariche importanti vivono una vita insoddisfacente.

Primo Congresso Nazionale

A poco più di un anno dall’incontro sulla Psicologia della Felicità e Principio Nuziale annunciamo il 1° Congresso Nazionale del Laboratorio di Psicologia Cristiana!

Sempre ad Assisi, sempre presso la Domus Pacis. Sempre con grandi ospiti, quest’anno persino internazionali:

Padre Ignacio Andereggen, docente alla Università Cattolica dell’Argentina ed alla Gregoriana di Roma, già autore di importanti testi e riflessioni su di una psicoterapia pienamente cristiana;

Marcos Randle & Pablo Pliauzer, referenti del CEyTEC, divulgatori di una proposta “realista” per la psicologia teorica e pratica, con ricadute negli ambiti scolastici, clinici ed aziendali;

oltre al “trio” responsabile del Laboratorio, ovvero Mimmo Armiento, Alberto D’Auria e Stefano Parenti

e la “paternità” di Claudio Risé.

Programma
Sabato 12 Maggio 2018
ore 16 – Introduzione
ore 16:30 – Prima sessione: Ignacio Andereggen
ore 18 – Seconda sessione: Marcos Randle & Mimmo Armiento
Cena
Ore 21 – Lavoro in gruppi

Domenica 13 Maggio 2018
Ore 9:30 – Sessioni parallele
Ore 11 – Assemblea
Ore 12 – Conclusioni con Claudio Risé.

Per prenotazioni inviare una mail a info@domuspacis.it indicando “Congresso del Laboratorio di Psicologia Cristiana” nel corpo del testo.

Il costo del Congresso è di soli 25 euro!

Per chi desidera soggiornare alla Domus Pacis vi sono due alternative: mezza pensione (65 euro) o pensione completa (80 euro).

Il termine delle iscrizioni è il 15 Aprile ma informiamo preventivamente che i posti sono limitati.

Corso di Psicoloterapia Cattolica

Nel 2018 a Milano si terrà il primo corso di Psicoterapia Cattolica! Tra i relatori Mimmo Armiento, Alberto D’Auria, Claudio Risé e Stefano Parenti (che coordina), ovvero i principali promotori del Laboratorio di Psicologia Cristiana! 

Il corso è rivolto principalmente ai professionisti. Cosa aspetti…iscriviti!

Per info ed iscrizioni premi qui.

 

 

Magda Arnold psicologa cattolica

La collana che l’editore D’Ettoris dedica alla psicologia cattolica (unico esempio in Italia e, forse, in Europa) si arricchisce di un nuovo imperdibile volume: Magda Arnold, psicologa delle emozioni (D’Ettoris, Crotone 2017, 192 pp., 15,90 euro). L’autore, Stefano Parenti, decide di tratteggiare un profilo a tutto tondo della poco conosciuta autrice americana: dapprima ripercorrendo le tappe principali di una vita appassionante, segnata indelebilmente dalla conversione – punto di volta sia personale che professionale – per poi affrontare uno ad uno gli ambiti del suo contributo alla psicologia. La Arnold è stata una delle più importanti (se non la più importante) ricercatrici nel campo delle emozioni – ambito nel quale talvolta viene ricordata anche dai manuali universitari – ma si è occupata anche di memoria, di test (il celebre TAT), di psicoterapia, d’insegnamento e, non ultimo, del ruolo e del compito degli psicologi cattolici. Dalla lettura di questo piccolo testo si evince la figura di una grande personaggio: una donna certa dell’esperienza della fede, appassionata della ricerca e della clinica, al servizio della Chiesa e del bene comune.

Dalla terza di copertina. La psicologa americana Magda B. Arnold è stata una delle più importanti ricercatrici nel campo delle emozioni. La sua teoria, ancorata agli studi più avanzati nel campo della psicologia e delle neuroscienze, si fonda sulla concezione cristiana dell’uomo, in particolare sull’antropologia tomista. La sua vita è una testimonianza vivente dell’utilizzo pieno della ragione umana che, incontrando il reale, scopre le verità annunciate dalla Fede. Questa è la sua esperienza di conversione, personale e professionale, nonché il resoconto del suo contributo cristiano alla psicologia

Indice
Invito alla lettura di Roberto Marchesini
Introduzione di Martin F. Echavarria
Presentazione di Stefano Parenti
1. La vita
2. Le emozioni
3. L’immaginazione e il TAT
4. La memoria
5. La psicoterapia
6. Lo psicologo nell’apostolato intellettuale
7. La vita religiosa
8. La psicologia di padre John A. Gasson
Maggiori informazioni qui.

La vita complicata dei figli di coppie gay

Da La Nuova Bussola Quotidiana.it

La vita complicata dei figli di coppie gay

di Stefano Parenti

12-07-2017

 

“La funzione di padre e di madre è essenziale e costitutiva del percorso di crescita”. È questa la frase “incriminata”, che ha sollevato un polverone attorno allo psicoanalista Giancarlo Ricci, attualmente in attesa di essere giudicato da una commissione deontologica presso l’ordine degli psicologi della Lombardia. In quanto amico e collega non posso che offrirgli tutto il mio sostegno. Indossando gli occhiali dello studioso e del professionista mi chiedo: cosa può dire la psicologia a riguardo dell’affermazione di Ricci? In altre parole, la scienza psicologica – che sappiamo essere molto meno “pura” di tante altre scienze “dure” come la fisica e la biologia – corrobora o confuta l’affermazione sotto accusa?

Psicologia e Misericordia

Psicologia e Misericordia, di Stefano Parenti, edizioni Mimep-Docete, Pessano con Bornago 2017, 192 pp. 8 euro.

Dalla quarta di copertina: “Il testo di Stefano Parenti approfondisce le dinamiche psicologiche di chi opera e di chi riceve misericordia. Dall’analisi dell’esperienza soggettiva, emerge che la misericordia non è, in primo luogo, una capacità della persona umana, piuttosto essa origina da una Presenza che attraverso la Misericordia si manifesta”.

Indice
Prefazione di S. E. Mons. Massimo Camisasca
1. La Misericordia: una lettura psicologica
2. Il rifiuto della Misericordia
    Tre maestri del sospetto
3. L’essenza della Misericordia
    Il cuore
    Le opere
    La Misericordia è una virtù
    Un atto interno della carità
4. I prerequisiti psicologici
    L’empatia
    L’esperienza della miseria
    L’esperienza di aver ricevuto misericordia
5. L’obduratio e la Misericordia
    Il contrario della Misericordia
    Un esempio simbolico di omburatio
    Un caso particolare di obduratio: il paradosso dell’innamoramento
    La forma clinica dell’obduratio: la nevrosi
    L’obduratio è un meccanismo difensivo
6. Le sorelle della Misericordia
    Il perdono
    La compassione
    La pietà
    La giustizia
    La carità
7. L’effetto della Misericordia
8. Rinnovare la Misericordia
    Lo sforzo eroico
    Il riconoscimento della presenza di Dio